Quando l’umanità

Ieri era l’anniversario dell’alluvione di Firenze.

Ogni anno per me il 4 Novembre ha un significato particolare, come credo per ogni fiorentino che ha vissuto quei giorni.

Sono nata nel 60 e all’epoca avevo 6 anni quando quella mattina sentii nonna che urlava contro lo zio: “sei un vagabondo, per non andare a lavorare (faceva il barista) tu fai dar di fori l’Arno”. Io ancora nel letto, era un giorno di festa, immaginavo la scena con la nonna senza una ciabatta che di sicuro teneva in mano come minaccia al malcapitato zio, che non si era inventato nulla; infatti da lì a pochi minuti, arrivò un vicino sollecitandoci a lasciare casa (abitavamo in via Faenza al pianterreno), perché l’Arno “era andato di fori,” e che l’acqua stava arrivando anche da noi.

I miei ricordi di quel giorno si fermano alla corsa disperata verso via Nazionale, ma arrivati in fondo a via Faenza fummo bloccate (mamma, io e le altre due sorelline) e rimandate indietro, così ritornammo su per la strada sempre correndo verso via Fiume, dove incontrammo l’altra nonna con mia zia, si erano accorte che qualcosa non funzionava, dal telefono e dalla luce che non c’era.

Loro abitavano al primo piano di via Cosimo Ridolfi, una via vicino alla Fortezza Da Basso, proprio vicino a noi, la nonna prese in consegna me e le mie sorelle, mentre mamma tornava indietro a dare aiuto alla nonna e allo zio rimasti in casa per salvare il salvabile.

Finiscono così i ricordi di quel giorno, mentre correvo con mamma e mi voltavo continuamente indietro, inseguite dall’acqua.

La mamma la rividi dopo 3 giorni, il babbo dopo 5 perché era rimasto fuori Firenze.

Di quei giorni ricordo la carne Simmenthal, per tanti anni l’ho odiata; le coperte dell’esercito, calde e ruvide; l’umido che si sentiva nelle ossa e si respirava; ;la taniche dell’acqua e la fila alle cisterne per riempirle; gli chantilly che da lì in poi non ho più voluto portare: io che li adoravo, ma questo è un altro ricordo; il buio alle 5, quell’oscurità che s’infiammava di candele accese e la paura di nuove piogge; le signore che venivano a portare solidarietà, cibo, vestiti e anche qualche carezza, erano davvero di ogni nazione, tedesche, svedesi, inglesi…

Firenze è di tutti, è del mondo, è vero, tutta la solidarietà del mondo noi l’abbiamo avuta, il nostro territorio così ricco d’arte ha avuto tutta l’umanità a disposizione.

Oggi e anche nel passato più recente, dov’è questo sentimento? Abbiamo dimenticato cosa significa tendere una mano? Aiutare il prossimo?

Si parla sempre contro la vita, la vita degli altri, quelli che non hanno un destino per bene, mai per la vita di tutti e non di pochi.

In quanti: quelli che hanno avuto altri tipi di catastrofi, hanno avuto quella solidarietà che permise a Firenze di risorgere? In quanti oggi hanno un tetto, di quelle persone quanti hanno visto nei mesi successivi alla catastrofe l’umanità che venne donata a noi?

Ecco stasera vorrei dire il mio grazie a quegli angeli, che ci dettero una mano e tanta speranza, e vorrei che quegli angeli riuscissero a entrare nel cuore di questa umanità allo sbando.

Pregare, accendere lumini, urlare l’indignazione serve a poco.

Si muore di freddo: ancora!

Si muore di fame: ancora!

Si muore di bombe: ancora!

Si muore d’ingiustizia: ancora!

Vorrei che quella solidarietà non si fosse mai persa, e come un valzer d’amore aleggiasse in ogni luogo che ha la sofferenza a portata di cuore.

Fioralba Focardi

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