Giada-giovedì-Tra due anime un destino

Giovedì 

 Si sveglia presto, ha dormito profondamente per tre ore, ma poi si è svegliata con la voglia di piangere. Quando le prende l’insicurezza l’unica cosa che può fare è mettersi a piangere.

 Fa colazione, il caffè la rimette sulla giusta traiettoria, ha deciso mentre lo sorseggia di andare in Piazza della Repubblica. Lei lo considera il salotto buono di casa, quello in cui era proibito entrare pena una sonora brontolata della mamma, il salotto bello di Firenze, quello che da bambina frequentava sempre con il suo babbo.

Come al solito si prepara con cura e mette attenzione ai dettagli, ultimamente però mette più cura, si guarda di più allo specchio, che follia pensa: “A cosa servirà?”                                                              

Sceglie un abitino leggero nero, con dei fiorellini rosa e ci abbina un golfino verde che riprende le foglioline dell’abito. Stivaletti neri ed è pronta: “Forse è meglio che guardi il conto corrente, vediamo se posso permettermi un aperitivo in uno dei locali che si trovano nella piazza” Apre il PC e con un sospiro: “Eh sì, si può fare!” Pensa fra sé e sé.

Jacopo è già uscito, le cinque del mattino per lui sono quasi una normalità quando lo chiamano in servizio.

Esce, piove: “Che rabbia proprio oggi,” rientra per prendere un ombrello.

Eppure a lei sembrava ci fosse il sole, o almeno ci sperava, e invece si rivela giornata di pioggia. Si avvia verso il lavoro. Alla fermata dell’autobus è sola, del Mio Scocciatore, non c’è traccia.

 La pioggia la sta mettendo di nuovo in crisi, di umore grigio come il cielo, sente che sta perdendo la speranza di rivedere lo sconosciuto.

Il lavoro è meno faticoso del solito, forse per la pioggia molti hanno saltato l’ufficio.

 Ha modo di pensare e porsi delle domande tipo: “Ma sei sicura di essere normale?” Pensi che se tu ti sei presa una cotta, lui possa ricordarsi di Te? E poi se te lo ritrovi davanti cosa pensi possa succedere?

Tutte quelle domande la rendono assorta, i colleghi se ne sono accorti e si chiedono che avrà mai, in fondo non la conoscono veramente bene, sanno solo ciò che Giada ha fatto trapelare della sua vita, solo lo stretto necessario; di solito è allegra e comunicativa, quel suo sguardo perduto chissà dove, li incuriosisce, cercano di farle delle domande per capire cosa possa avere, ma lei risponde solo che si è alzata con la luna storta.

Tutto finisce lì, e la lasciano stare.

Quando esce dal lavoro non piove più, il cielo è sempre grigio, ma almeno l’ombrello può tenerlo chiuso. S’incammina, piazza del Duomo è semi deserta come piazza della Repubblica del resto. L’acqua ha tenuto lontano i turisti.

Mentre passeggia pensa a dove fermarsi: è  indecisa in quale caffè sedere e prendere un aperitivo.Osserva la piazza, quante serate al cinema Gambrinus con il Babbo che portava le sue bambine a vedere lì i film, tutti di Bud Spencer e Terence Hill, pover’uomo con quattro femmine, almeno il cinema, lo sceglieva d’azione. In realtà anche a loro piacevano tantissimo quei film, le scende una lacrima. Gli manca il suo babbo, con lui avrebbe riso di questa sua ennesima follia, ma l’avrebbe di sicuro incoraggiata.

Pensa a tutti i vecchi simboli cittadini persi per sempre, il Gambrinus cinema, ha lasciato il posto all’Hard Rock Caffè, il vecchio Upim dall’altra parte della piazza ora è diventato la Rinascente, anche quel grande magazzino si è adeguato all’eleganza e soprattutto ai prezzi proibitivi dei negozi che si affacciano tutt’intorno; la vecchia libreria Edison, che ora è stata soppiantata dalla Libreria Red Feltrinelli.

Tutti simboli perduti, ed è una costante per questo tessuto urbano.

Fin dai tempi dei Romani la piazza è stata il fulcro della città, lì s’incrociavano il Cardus e il Decumanus, mentre il foro era il luogo di ritrovo dei cittadini. Oggi la Colonna dell’Abbondanza segna il punto centrale della piazza. Fu eretta nel 1431 circa, da Donatello e al suo apice c’è la statua della Dovizia. Di forma ellittica nei secoli ha subito molte trasformazioni. Nel 1500 piazza della Repubblica, simbolo di scambi commerciali e culturali, s’ingrandì di un’altra comunità, quella ebraica, per volere di Cosimo I, fu costruito appunto il ghetto Ebraico. Così oltre alle botteghe, alle torri medievali e alle chiese si aggiunsero sinagoghe e tabernacoli. La piazza mantenne il suo aspetto medievale fino al XVIII secolo, quando il consiglio comunale decise di ampliare la piazza e rimodernare il centro. Le torri medievali, le chiese, le botteghe, le case e le tradizionali sedi di alcune arti furono distrutte. L’aspetto odierno dalla forma rettangolare con grandi palazzi ottocenteschi è il risultato dell’ammodernamento urbano che Firenze subì quando fu capitale d’Italia, nello stesso periodo furono purtroppo abbattute le antiche mura duecentesche che circondavano la città, per fare spazio a viali più grandi e moderni.

 Ricorda una visita al Museo “Firenze Come Era, si può vedere come fosse la piazza nell’antichità in alcune stampe e dipinti, lì conservati. Comunque, la piazza anche in seguito ha subito cambiamenti, infatti non ha esattamente lo stesso aspetto che aveva nella metà dell’Ottocento. L’Arco di Trionfo era decorato con molte statue allegoriche in argilla, che non sono mai state rimpiazzate quando furono distrutte, lasciando disadorna la struttura.

Giada sospira, se il sole avesse fatto capolino, la piazza sarebbe stata animata da artisti di strada e spettacoli improvvisati, specialmente dopo il tramonto, ma in un giorno di pioggia non c’è l’allegria degli altri giorni.

Giada sospira, se il sole avesse fatto capolino, la piazza sarebbe stata animata da artisti di strada e spettacoli improvvisati, specialmente dopo il tramonto, ma in un giorno di pioggia non c’è l’allegria degli altri giorni. Intorno alla piazza si affacciano alcuni caffè storici di Firenze come il Caffè Gilli, Caffè Paskowski e il Caffè delle Giubbe Rosse, che furono punto di ritrovo di molti artisti e scrittori del passato anche l’Hotel Savoy e le Poste centrali, sotto i portici, sono storici palazzi ottocenteschi.

 Nel suo vagare nella storia, Giada ha perso la cognizione del tempo, si ferma colpita da un abito, non ama il lusso, ma le piacerebbe per una volta comprarsi un abito costoso e provare la sensazione che può dare spendere, senza guardare il bancomat con terrore.

Decide di sedersi al Caffè Paszkowski e ordina tè e pasticcini, l’aperitivo da sola le mette tristezza.

Osserva attentamente i clienti, per lo più turisti, chissà cosa pensano, molti sono coppie che parlano, si sorridono, sembrano felici. Lei vorrebbe che ci fosse seduto accanto qualcuno con cui discorrere, e l’umore cala ancora fino a lasciarle quella sensazione di solitudine.

Il Suo Scocciatore, non c’è!

Nessuna traccia dell’uomo.

La giostra intanto ha iniziato a girare, adulti allegri ci salgono su, come se fossero bambini cresciuti.

È bello sentirsi felice e senza pensieri.

Chiede il conto prima che il magone le faccia scendere le lacrime, intanto si sono fatte le diciotto e trenta è ora di interrompere la ricerca, demoralizzata torna verso casa.
Avrebbe voglia di gridare: “Ehi Firenze datti una mossa e aiutami nella mia ricerca”.

Sorride di sé stessa, passa sotto i portici e si ferma in libreria, compra un altro libro di poesie, una coccola per il suo cuore ammalato d’amore e follia.

Un giovane filippino la ferma, le mette in mano tre rose rosse, Giada rifiuta, cerca di restituirle al ragazzo, non vuole comprarsi le rose. Ma il giovane insiste: non c’è nessuno nei paraggi, e quel giovane la sta mettendo in difficoltà senza saperlo. Le dispiace per il giovane, ma lei non vuole comprarsi le rose, e mentre le parole da profferire iniziano a formarsi sulle labbra, il ragazzo come un fulmine si è già dileguato, lasciandole tre rose rosse in mano.

Grida all’indirizzo del ragazzo: “Grazieee ma non voglio le rose, e poi non è giusto, non ti ho dato nemmeno dei soldi, nemmeno un grazie”, la voce piano piano si smorza fino a diventare un sussurro. Il ragazzo è già sparito, e quella gentilezza l’ha messa in confusione, non sa se essere triste e scoppiare a piangere, o sentirsi lusingata e sorridere alla speranza. 

Il magone passa, e con quelle tre rose rosse in mano e il libro di poesie nella borsa si dice: “Domani si ricomincia, lo troverò!”

E si avvia verso la stazione.

Ritorna a casa, mette le rose in acqua, ci sono i lavori domestici da fare, e la distraggono dal pensare al Suo Scocciatore.

È giovedì sera, e il fine settimana si avvicina, sorride pensando che dovrà organizzarsi due giorni di ricerca molto intensi.

Jacopo quando rientra trova la casa piena di allegria, le tre rose nel vaso sul tavolo, la torta di mele, la musica che riempie le stanze e sua Madre che balla come se fosse in discoteca. Gli piace vederla allegra, ogni tanto pensa che è troppo sola, che dovrebbe uscire di più, che forse dovrebbe trovarsi un amore. Ma non vuole intromettersi, sa che vuole essere indipendente.

«Mammaaa,» le urla per farsi sentire «domani sera non rientro dopo la partita, vado diretto al mare con gli amici».

Risponde mandandogli un bacio.

Guardano la televisione mentre mangiano e discutono delle notizie, specialmente sul calcio, sulla Fiorentina, della Ferrari e di cosa si porterà in valigia, tanto Giada lo sa che la valigia Jacopo se la fa sempre da solo; ma Lei deve fargli trovare le cose pronte.

«Via stiriamo, anzi io stiro e tu sparecchi». Dice al figlio. E arrivano le ventitré, senza aver pensato troppo.

Ma una volta tra le coperte, le viene in mente il viso dell’uomo, e si addormenta sognando un incontro.    

Fioralba Focardi

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