Si può provare a sognare? -Tra due anime un destino

  Sabato pomeriggio

La bottega, è di quelle vecchie persino i mobili sono anni cinquanta, ci sono trecce d’aglio, cipolle e peperoncini appesi, come si usava una volta, ancora le acciughe nelle vecchie botticelle, carta gialla: “Una rarità!” Osserva Ivan sorpreso.

Ma la sorpresa arriva quando vanno a pagare, la signora che è anziana, non accetta carte di credito, così è Giada che ha il contante, paga e dice ridendo: “Senza lilleri un’si lallera lo sai?” La donna ride mentre Ivan ha una faccia tra il sorpreso e l’imbarazzato, non si aspettava di far pagare Giada, ma è in un locale di altri tempi e la signora è dolce e non avvezza ai Pos, forse non sa cosa siano.

“Ahahah i lilleri sono i soldi Mio Scocciatore”. Dice  ridendo Giada prendendolo per mano, e  se ne vanno come due ragazzini verso le Cascine, scherzando sulle loro improbabili ricerche.

Trovano un posto appartato, è sabato, c’è il sole, e il grande prato è già pieno di persone specie ragazzi che giocano a pallone e di sicuro hanno saltato la scuola; coppiette come loro in cerca di un posto dove stare tranquilli.

Seduti sotto un platano mangiano e Giada gli racconta un po’ del parco, sa che dopo dovranno parlare di sé, sente che è una tappa che dovrà essere affrontata quella, e ne ha paura.

Non sa niente di quell’uomo solo che è entrato prepotentemente nei suoi pensieri, mentre pensa questo aggrotta la fronte, gesto che non sfugge a Ivan, che teneramente le accarezza il viso, abbracciandola: “A cosa stai pensando?”

“Che non so niente di Te, che mi sto innamorando, e che ho paura, ma di tutto questo possiamo parlarne dopo aver mangiato?”

Ivan la bacia, la stringe a sé, e le sussurra in un orecchio:”Non c’è niente di cui avere paura! Mangiamo e poi parliamo di noi”.

Distesi sull’erba, stanno in silenzio tenendosi per mano, hanno mangiato, e poi hanno lasciato che il tempo si fermasse per un attimo prima di parlare di loro.   

“Sai Giada, non ho una bella storia alle spalle”, esordisce Ivan.

“Chi ha belle storie Ivan, sono pochi i fortunati che non hanno mai sofferto, e forse non sarebbe una vita completa, non credi?”

“Forse hai ragione! Inizio io se vuoi”.

Giada annuisce accarezzandogli il volto, Ivan ferma la sua mano in quella carezza, come se volesse prendere forza.

“Della mia infanzia, non posso che dirne bene, sai, mia madre ha sempre seguito me e mio padre, lei non ha mai lavorato.  Mio padre, lui era un uomo d’affari, ha sempre cercato di coinvolgermi, con poco successo, nelle sue attività. Però ho studiato ciò che lui voleva, essere figlio unico, non sempre è un vantaggio, per questo volevo tanti figli”.

“Dai hai figli? Quanti? Oddio io ne ho uno solo, anche se ne volevo tanti anche io, ma la vita o le persone spesso decidono per noi!”

“No, non ho figli, almeno non più!

Giada chiude gli occhi, mordendosi il labbro, questa storia inizia a essere dolorosa, e forse Ivan non è pronto, in silenzio si avvicina, appoggia la testa alla sua spalla, il contatto è forse l’unico modo di fargli capire che lei lo ascolta, lo ascolta con rispetto ed emozione.

“Questo ci arrivo fra un po’, volevo dirti che mio papà mi ha insegnato l’amore per Firenze, lui era qui nel 1966, e mi ha raccontato tante cose, forse questa è una prova che il destino lega davvero i fili”.

“Forse sì, tu vieni da Roma, e mio babbo adorava quella città, che io amo come lui”.

“I miei studi, e poi in seguito il mio lavoro mi hanno portato un po’ ovunque nel mondo, quando poi a trentacinque anni sono rientrato in Italia, ho conosciuto Marianna, la donna che dopo pochi mesi di fidanzamento ho sposato”.

Per Giada è un colpo al cuore, forse Ivan non è libero, forse…forse…forse…e continua ad ascoltare la sua storia.

Non sono venuti subito i figli, ci sono voluti tre anni, ma poi prima è nata Carlotta, e poi Alberto, litigammo per i nomi, io volevo nomi che rappresentassero la mia romanità, lei che era di origini venete disapprovava, così scegliemmo questi nomi, tuo figlio come si chiama?”

“Jacopo, si chiama Jacopo, nome fiorentino, se avessi avuto una femmina sarebbe stata Beatrice”.

Ivan le da un bacio prima di continuare a parlare di sé.

“Non so, forse per colpa mia, che ero sempre via per lavoro, iniziammo ad allontanarci, quando rientravo, lei era spesso fuori, si annoiava, io ero assente, i figli che avevano iniziato ad avere vite non propriamente indipendenti, ma comunque piene d’impegni, tredici anni la femmina e undici il maschio, danza Carlotta, judo Alberto, e poi studiavano lingue fuori dall’ambito scolastico. Mio padre che all’epoca era già in pensione, li scorrazzava da una parte all’altra della città, si sentiva utile, e forse non  riteneva mia moglie una donna capace di seguire i figli, non me lo ha mai detto, o forse non l’ho voluto ascoltare”.

Ivan si ferma, si passa la mano fra i capelli, e in quel gesto c’è come la voglia di cancellare il ricordo di qualcosa che fa male.

Giada resta in silenzio, non sa cosa dire, e soprattutto non vuole dire niente, l’unica cosa da fare è ascoltare.

“Una sera discutemmo, lei prese la macchina e se ne andò, rimasi insieme ai ragazzi, l’indomani mattina dovevo partire, il mio incarico mi portava a Londra per una quindicina di giorni, non ci sono mai arrivato! Passammo una serata allegra, giocava la Roma, avevamo i pop-corn, patatine, bibite e tanta allegria, c’erano anche i miei genitori, che non approvavano quelle nostre serate così allegre, ma quella sera caso strano si unirono a noi. Forse erano dispiaciuti che Marianna avesse mollato me e i ragazzi per andare chissà dove. Fatto sta che ci divertimmo tutti e cinque, la Roma vinse fra il tripudio dei ragazzi e lo stupore dei miei.”

“Ahhh tifi Roma, io tifo…”

“Lo so cosa tifi, non passano inosservate le tue cuffie viola!”

“Ma possibile che sai tutto di me? Sei un mago che sai tutto?” Ribatte Giada piccata dandogli un bacio.

“La mattina partii presto, Marianna non era rientrata, presi l’aereo per Milano, dovevo incontrare altre persone che sarebbero venute a Londra con me, non ho mai preso l’aereo per Londra, mio padre mi chiamò, alle 17,50, Marianna era uscita di strada e i ragazzi erano in macchina con lei”.

Ivan si ferma, stringe le labbra, Giada in silenzio, aspetta che i ricordi smettano di fargli serrare le mascelle e continui il racconto se ne ha la forza.

“Tornato a Roma, la storia in breve è questa, i miei figli erano già morti, Marianna era viva ma deturpata in volto”.

Giada non sa che dire, e chiede l’unica cosa che le viene in mente: ” Come sta ora?”

“Ora non lo so, dopo due anni di chirurgia plastica abbiamo divorziato, ho fatto in modo di farle avere una vita agiata come era abituata, ma di lei non ho più notizie. Non abbiamo più niente in comune a parte una tomba dove riposano i nostri figli. Sono ormai tre anni che ho chiuso con il mio passato, mio padre è morto dal dolore, e mia mamma, è l’unica che resta di ciò che eravamo.”

Giada, non ha parole, si fa solo più vicina e lo abbraccia forte, seduti sull’erba di fine maggio, Ivan lascia andare le lacrime, si appoggia alla donna e tutta la rabbia, il dolore, il rimorso vanno lentamente come le acque di un fiume in piena, quando quell’attimo si placa, sorride alla donna che con tenerezza gli asciuga le lacrime in silenzio.

“Scusami Giada, scusami”.

“Non devi scusarti, non devi”.

” Aspetto la tua storia ora, e so che mi farà male ascoltarla, ti ho osservata bene in questi giorni, ti ho vista sola, anche se serena, credevo che avessi un amore quando ti osservavo cercare tra la gente, non sapevo ancora che stavi cercando me, ma non mi è sfuggito il tuo modo di essere, i tuoi occhi parlano lo sai? Dai, ti ascolto e non temere”.

“Non ricordo bene quando la mia vita ha preso una piega diversa da come l’avevo immaginata. Bambina circondata d’amore, adolescente con le spalle al muro sempre in posizione di difesa, gli uomini, o più propriamente i maschi hanno sempre cercato di mettermi nella posizione di difesa. Ho scelto il male minore, fidanzarmi, l’ho voluto io credimi, io che ho insistito per sposarci, ho scelto data, ho cercato casa, ho fatto tutto io, era come mettere una barriera fra me e gli altri.  Cercavo sicurezza e ho trovato insicurezza e tanta solitudine”.

Giada s’interrompe, portando le dita fra i capelli, mentre Ivan le accarezza una guancia: “Coraggio dai, non devi temere di raccontarmi il tuo dolore”.

“Ho capito fin dall’inizio che mi ero messa in gabbia, ma ostinatamente ho continuato quello che avevo deciso, nessuno sapeva cosa provavo, e piano piano ho perso la mia personalità. Non ero più nessuno, non esistevo più.

La forza di sopravvivenza me l’ha data solo un amore grande, mio figlio, è per lui se sono viva e diversa oggi, tante volte ho pensato di cadere in Arno, volevo morire smettere di soffrire, ma il fiume, il mio fiume ha sempre detto no, mi ricordava che avevo un compito, fare di mio figlio un uomo, e ci sono riuscita”.

“Cosa nascondi, non stai dicendo tutto lo sento, lo percepisco dal corpo che è rigido ora, quasi di marmo, non devi temere, qualsiasi cosa del passato è distante, sei una donna diversa lo hai detto tu ora”.

“Hai ragione, cosa nascondo? Nascondo la paura che ho degli uomini, ho paura di essere sopraffatta di nuovo, di non riuscire ad avere una mente forte, a non saper reggere la violenza dell’ingiuria e della sopraffazione, ho paura di ritrovarmi ancora schiava, schiava di quella mentalità che mi ha portato via gli anni più belli. Qualcuno mi ha detto che non posso comportarmi da trentenne avendone cinquantacinque, ma io sono ferma a quell’età, ora ho quell’età. Cinquantacinque o forse più li avevo prima. Di questo ho paura!” 

“Non succederà, devi solo pensare che non tutti gli uomini sono dei carnefici, non tutti credono che la forza e l’amore, la tenerezza e l’audacia, l’amicizia e il sesso non possono convivere, sbagli se pensi che tutti noi uomini siamo uguali, vuoi darmi una possibilità di dimostrartelo?”

“Sì, credo di sì, anzi sì, sicuramente sì!”

“Allora vieni qua e stai un po’ stretta sul cuore, mi sei entrata in testa subito, non so come ho sbagliato strada, e sempre sbagliando sono arrivato a quella fermata dell’autobus, e ti ho vista, pensavo fossi una ballerina matta, ma quando ti sei tolta le cuffie e mi hai guardato, hai fatto breccia nel mio cuore. Mi sei entrata in testa, e non potevo lasciarti scappare.”

La stringe come se fosse una fragile porcellana, ma Giada si fa audace e lo bacia, e restano li sotto i raggi del sole che sta calando verso ovest.

“Mia bella signora, si sono fatte le diciotto, l’ora del coprifuoco per te,” le dice ridendo e senza lasciarle modo di replicare continua “ora ti accompagno a casa, fatti bella che vengo a prenderti alle 20, voglio farti vedere Firenze da un posto speciale”.

Si avviano Ivan chiama un taxi che la deposita sul portone di casa, si scambiano il bacio con la promessa a “dopo”. 

Fioralba Focardi

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