Cronaca XXIX Trentanovesimo giorno di quarantena

Vuoto di memoria, mi sento come un vuoto di memoria, sembra che dalla metà di marzo io non abbia vissuto.

Ho dormito scomposta, per forza ora la cervicale si fa sentire, mi sono addormentata scrivendo sul il tablet, e sono scivolata tra le coperte con una posizione poco consona al letto. Vorrei imprecare! Ma evito!

Uno zombie al mio confronto è decisamente più affascinante, ciabatto in cucina per preparare l’unica cosa che mi può rimettere in sesto: il caffè.

Mamma è in salotto a guardare la TV, borbotta che c’è sempre le solite cose.

Inizia bene la giornata, speriamo di migliorarla lungo le ore.

“Lo sai che hai finito il dolce per far colazione?”

“Non importa c’è la marmellata e la spalmo sul pane”. Pane, parliamone, fette a cassetta, come quelle dei toast, ma per la colazione va bene.

Stamattina sono incazzata, o forse solo annoiata, fortuna che c’è il sole, almeno il sole che può fare la differenza.

Riesco bene a sopportare questa situazione, diciamo quasi sempre, ma ieri sera ho annullato l’Hotel a Lisbona, sono due anni che volevo andarci, mi tocca saltare anche quest’anno, la sfiga o il karma? Oggi invece non sopporto niente, che vestito mi metto? Butto all’aria, cerco, scelgo, per dove devo andare potrei restare in pigiama. Questo no! Assolutamente no! Su via fatti forza, vestiti e inizia la giornata, questi capelli, ora anche i capelli mi fanno i dispetti, il ciuffo non sta a posto, “sti stecchi senza forma”.

Devi preparare le interviste! Su mettiti a lavorare, su via fai la brava.

La mamma è al telefono, brontola con mia sorella e regala perle di saggezza

Provo a rileggere i giorni passati, qualcuno mi ha detto che sono parole un po’ malinconiche. Ecche cazzo, come si fa a non essere malinconici, impauriti, frustrati o altro?

Ci credevamo invincibili, eravamo piagnoni se non avevamo tutto sotto controllo, il cellulare, l’apericena, i viaggi, macchine, e soldi sempre in tasca, ora invece siamo di fronte alla nostra debolezza, che ci rende umani fragili. Vaccini sì, vaccini no, si resta in casa perché il nemico è potente, ci frega, ci frega tutti. Ora siamo di fronte alle nostre fragilità.

Mi lamento anche io, ovvio, è normale, come tutti mi sento prigioniera di una situazione che non so controllare.

Ma poi si deve andare avanti, evitando contatti, per il bene di tutti, non è che se ci faranno uscire: (che frase infelice), ma ahimè è la situazione che ce la impone, dovremo comunque stare attenti con le dovute distanze. Un’ambulanza sfreccia a sirene spiegate, chissà dove andrà e per quale motivo, cambio pensiero, lascio andare la paranoia di restare in casa.

Leggo, le cuffie e la musica mi accompagna, il volume è quasi al massimo, evito così di frammentare il mio viaggiare della mente, il resto del mondo resta fuori con le sue nevrastenie.

Internet va a singhiozzi, chiamo la Tim, ma non sanno darmi risposte, il credito c’è, i giga pure, la solita risposta troppi attaccati alla rete.

Riprendo a scrivere, mentre arriva in sottofondo Yakuro e il suo Blue che adoro e mi viene voglia di ballare.

Ripenso a quando tre anni fa ho creato uno spettacolo, poesie e musiche, per uno poeta regista. Creato il costume di scena, i veli colorati che accompagnavano leggere movenze di danza, creando la disgiunzione tra la donna amata come oggetto e la donna amata come compagna. Vorrei riproporlo, cercare luoghi dove il pubblico è interessato a capire il messaggio.

E qui casca l’asino per molti sono una femminista arrabbiata, come si sbagliano certe persone. Sto entrando in un discorso difficile forse è meglio soprassedere. Sarà un tema che affronterò quando avrò la serenità mentale per affrontarlo. Oggi non è il caso sarei polemica e non va bene.

Quasi quasi prendo i ferri e finisco un pezzo a maglia, Leoooo lascia stare il gomitolo, se lo sta portando a giro per tutta la stanza, iniziamo a giocare, ed è già sera.

Mi metto in sintonia con la vicina, su brava ragazza saltella con grazia…boom…boom…boom.

Fioralba Focardi

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