Intervista a Damiano Giunti Avvocato

Oggi intervistiamo Damiano Giunti giovane avvocato impegnato anche nel sociale.

Ciao Damiano come stai e come vivi in questo periodo?

Ciao Fioralba, bene grazie. In questo periodo, ho cercato di riorganizzare la mia attività professionale “a distanza”. Ho sostituito i colloqui de visu con video call e insieme ad alcuni colleghi ho organizzato un ciclo di webinar aventi ad oggetto delle tematiche legate alla diffusione del Covid-19. Nonostante alcune difficoltà logistiche riscontrate inizialmente, questo periodo si sta comunque rivelando fonte di nuove collaborazioni ed opportunità professionali.

Parlaci un po’ di te.

Io sono un avvocato penalista del Foro di Firenze, con studio in Capraia e Limite (FI), via W. Tobagi, n. 5. Negli ultimi anni mi sono specializzato nel diritto penale dell’impresa e nella responsabilità da reato degli enti collettivi (società, associazioni ecc.), attività che mi porta spesso a trascorrere lunghi periodi a Milano. Come ben sai, però, nella mia esperienza professionale mi sono occupato molto anche di reati contro la persona ed ho affiancato associazioni e comitati impegnati nella lotta contro la violenza di genere e nella tutela delle vulnerabilità.

Noi ci siamo conosciuti infatti a una riunione in cui si parlava della violenza sulle donne. Abbiamo ancora tanto da lavorare per riuscire a sconfiggere questa piaga?

Nel nostro Paese, la violenza di genere costituisce una piaga, purtroppo, ancora attuale e della quale spesso l’opinione pubblica si ricorda solo di fronte a gravi fatti di cronaca. Ti riporto alcuni dati forniti dalla Polizia di Stato: nel 2019 si è registrato un numero giornaliero di vittime pari ad 88; dove nell’82 % dei casi l’autore si trova all’interno delle mura domestiche. Secondo il Ministero della Salute, inoltre, in Italia il 31,5% delle donne dichiara di aver subito, nel corso della propria vita, un atto di violenza fisica o sessuale; dove le forme più gravi vengono perpetrate dal partner, da parenti o amici. A conferma della gravità del fenomeno, nel 2019 è persino rimasto stabile il numero dei femminicidi (sebbene complessivamente sia calato notevolmente quello degli omicidi). È emerso, peraltro, che quasi il 50 % di questi fenomeni vede come carnefice il partner della vittima. Questi numeri confermano la fondatezza del messaggio lanciato dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il quale ha parlato di una vera e propria «emergenza nazionale».

In questi giorni sono morte molte donne, si dice perché la convivenza forzata ha aiutato a creare maggiori attriti. È così?

Sicuramente la convivenza forzata, imposta dalle misure adottate dal Governo al fine di contenere la diffusione del Covid-19, ha aumentato gli episodi di violenza endofamiliare in contesti già a rischio e, al contempo, ha ridotto drasticamente il numero di denunce, con l’effetto di diminuire esponenzialmente le probabilità che tali episodi vengano poi perseguiti nelle sedi giudiziarie. Il grido di allarme, oltre che dagli operatori, è stato lanciato dalle stesse Nazioni Unite. Lo scorso 8 aprile il segretario generale ha evidenziato come il numero delle violenze domestiche, in certi Paesi, sia raddoppiato o addirittura triplicato, invitando gli Stati a correre ai ripari istituendo sistemi di allarme d’emergenza nelle farmacie e nei negozi di alimentari. Per questo motivo, mi preme sottolineare l’importanza, anche in questo periodo, di denunciare gli episodi di violenza recandosi presso il più vicino ufficio delle Forze dell’Ordine. Inoltre, voglio ricordare come sia possibile attivare una serie di servizi utili: il numero rosa 1522, antiviolenza e anti stalking che fornisce assistenza e supporto 24 ore su 24; l’App 1522 che consente di scrivere direttamente alle operatrici per chiedere aiuto ed informazioni in piena sicurezza; l’App “Youpol”, realizzata dalla Polizia di Stato per segnalare episodi di spaccio e bullismo, estesa anche ai reati di violenza che si consumano tra le mura domestiche. È possibile, altresì, contattare telefonicamente i Centri antiviolenza che, nonostante l’emergenza Coronavirus, sono rimasti aperti insieme alle Case rifugio. Infine, anche le Farmacie, alla luce del protocollo siglato dal Ministro delle Pari Opportunità con le rappresentanze di categoria, in questa fase emergenziale sono divenute primo presidio informativo e di supporto per le vittime di violenza.

Si parla di pene più severe, ma io penso che quando in una famiglia esiste questa particolare patologia, andrebbe tolto di mezzo il “fattore violento” e per gli altri componenti familiari andrebbe comunque attivato un aiuto di sostegno psicologico perché non si arrivi poi ad avere, in futuro, nuovi soggetti violenti. Credi che potrebbe servire ad evitare nuove violenze?

n tal senso, la normativa vigente prevede una serie di strumenti processuali attivabili in via di cautela, quali l’allontanamento dalla casa familiare ed il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, proprio per inibire la perpetrazione di ulteriori violenze in ambito domestico.La tendenza legislativa è quella di rafforzare gli strumenti processuali in modo da prevenire gli effetti collaterali legati alle tempistiche dell’accertamento giudiziale dei fatti, come confermato dalla recente riforma del c.d. “Codice Rosso”. Per quanto riguarda il supporto psicologico, credo che sia fondamentale per le vittime di violenza e per gli altri familiari. Esso rappresenta lo strumento principe per evitare che in futuro le vittime, a loro volta, si trasformino in carnefici o che, comunque, continuino ad essere sottoposte alle medesime dinamiche di vittimizzazione.  

Sai perché ti ho fatto questa domanda? Perché ho conosciuto una donna che, dopo aver lasciato il marito violento, ha instaurato con i figli un rapporto simile, in cui lei era vittima di nuove prepotenze. Sono casi rari oppure accade spesso?

Confrontandomi con una psicologa-psicoterapeuta specializzata in relazioni familiari, ho potuto purtroppo constatare che è un fenomeno molto diffuso anche se spesso sottovalutato.

La scuola può aiutare? E se sì come?

La scuola ha sicuramente un ruolo fondamentale: educare fin dall’infanzia al rispetto e all’uguaglianza è il primo passo per sconfiggere la cultura della violenza e della discriminazione.

Ora parliamo di questo momento particolare che stiamo vivendo a causa del Covid-19, sono stati chiari i decreti emanati?

In queste settimane, noi professionisti siamo stati chiamati ad un duro lavoro per dare adeguata risposta alle domande ricevute dai clienti (persone fisiche ed imprese) in merito alle misure introdotte dal Governo. Più che un problema di chiarezza, abbiamo dovuto far fronte alla difficoltà di gestire un sovrapporsi quasi “spasmodico” (mi si conceda il termine) di fonti normative, che hanno avuto un forte impatto sulla vita dei cittadini e delle imprese; senza considerare che ci siamo trovati a gestire una tipologia di fonti, quella dei DPCM,  imposta dalla situazione emergenziale, piuttosto atipica, da coordinare peraltro con i Decreti Legge del Governo e con le misure adottate a livello Regionale e a livello di singoli Ministeri (su tutti il Ministero della Salute). Molto probabilmente, la molteplicità di fonti e la loro continua evoluzione hanno ridotto drasticamente la possibilità per i cittadini e per le imprese di comprendere il contenuto delle disposizioni emanate. In tale “caos” normativo, è innegabile che siano emersi alcuni profili maggiormente problematici (dovuti certamente anche alla poca chiarezza di alcune disposizioni normative) in grado di generare delle criticità dal punto di vista applicativo: ad esempio, la tematica legata alla definizione di «congiunto» che neppure le F.A.Q. elaborate dall’Esecutivo sono riuscite pienamente a risolvere (sorvolando peraltro sulla legittimità dello strumento utilizzato dal Governo per tentare di far chiarezza sul punto, che costituisce a tutti gli effetti una soluzione inconsueta rispetto ad una materia così delicata come il bilanciamento tra la tutela della salute collettiva e la libertà di circolazione).

Le multe che sono state fatte avranno uno strascico giudiziario per chi le ha ricevute?

Per rispondere in modo esaustivo alla tua domanda è opportuno ripercorrere brevemente le soluzioni adottate dal Governo sul versante sanzionatorio. In linea di massima, si possono individuare due fasi. Nella prima, iniziata con l’emanazione del decreto legge n. 6 del 23 Febbraio, l’Esecutivo ha fatto leva sul ricorso alla sanzione penale in caso di mancato rispetto delle misure di contenimento, attraverso il rinvio all’art. 650 c.p.. Si tratta di un reato contravvenzionale, di carattere bagatellare, punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino ad € 206,00. Per questo tipo di illecito, è possibile ricorrere all’oblazione (art. 162 bis c.p.), in grado di determinare l’estinzione del reato attraverso il pagamento di una somma pari € 103,00. Questa scelta ha portato, da un lato, ad un numero elevatissimo di denunce (già nelle prime settimane erano circa 100.000 le notizie di reato) e, dall’altro, ad avere uno scarso effetto deterrente per via della natura irrisoria della sanzione. Per questo motivo, col D.L. n. 19 del 25 marzo, il Governo ha deciso di sostituire l’illecito penale con quello amministrativo. L’art. 4, comma 1 del decreto ha previsto la comminatoria di una sanzione compresa tra € 400,00 ed € 3.000,00, aumentata sino ad 1/3 in caso di violazione delle misure di contenimento mediante l’uso di un autoveicolo e raddoppiata in caso di reiterazione. La sanzione è ridotta al minimo dei 400 € se pagata nei primi 60 giorni dalla contestazione; invece, se il pagamento avviene entro 5 giorni, la sanzione è ridotta del 30%, ammontando quindi ad € 280. Questo cambiamento di rotta ha riguardato anche coloro che hanno violato le misure di contenimento prima che entrasse in vigore il decreto legge n. 19, in base al principio di retroattività della legge penale più favorevole. Per questo motivo, anche quest’ultimi, molto probabilmente, non andranno incontro ad un procedimento penale perché quelli già avviati saranno quasi certamente archiviati.  Gli stessi, tuttavia, saranno tenuti ad adempiere al pagamento della sanzione amministrativa sopra richiamata

Pensi che per la fase due riusciremo a riprendere anche se con cautela la nostra vita quotidiana?

Col decreto 26 aprile è stato compiuto un primo passo. Tuttavia, a mio avviso, siamo ancora lontani dal ritorno alla normalità; per quello sarà necessario attendere ancora un po’. Anche questo decreto, infatti, prevede forti limitazioni alla libertà di circolazione e allo svolgimento delle attività di impresa. Proprio per questo motivo ora, più che in precedenza, sarà fondamentale assumere, da parte di ognuno di noi, un comportamento responsabile.

Riusciremo, dopo questo periodo, a cambiare come esseri umani? 

Credo che questo periodo ci abbia già cambiato profondamente, costringendoci a riconsiderare le nostre priorità e a rivalutare molti aspetti della nostra vita quotidiana.

Fioralba Focardi

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