Intervista a Maria Luisa Carretto-Regista, Sceneggiatrice,Produttrice

L’intervistata di oggi è Maria Luisa Carretto Regista-Sceneggiatrice-Produttrice

Ciao Maria Luisa, intanto come stai e come vivi questi giorni da reclusi?

Grazie dell’intervista Fioralba! Vivo con dispiacere questi giorni pensando a chi sta male per la malattia. Penso a chi ha perso una persona cara o chi di più…La sensazione che ho è che questo virus oltre che letale è strano. Lascia storditi. Non si capisce. Io che personifico tutto e ho bisogno di vedere immagini lo paragono a un drago cattivo, con le fauci spalancate che emette fuoco, sputa malattia a caso. Forse ti passa vicino senza colpirti, forse ti prende in pieno e ti brucia. Forse ti alita leggero e sopravvivi. Se hai forza puoi combattere. Quindi solo se mi isolo da questo pensiero riesco a scrivere. Comunque ci ha allontanati fisicamente, e questa per me è una sofferenza, io amo la vicinanza delle persone. Il mio lavoro che consiste anche nell’andare in carcere e parlare ai reclusi di cinema.  Sentire i corpi vicini, gli occhi. Il cuore. Sto scrivendo molto. Ho quasi terminato un trattamento per un’opera cinematografica da realizzare. Diciamo che ora avendo molto tempo a disposizione ho avuto modo di spaziare e trovare immagini. Sto scrivendo un altro soggetto che avevo già in mente. Ora mi sto un po’ spegnendo. Sono stanca della reclusione fisica. Dell’isolamento.

Parlaci un po’ di te.

Ho iniziato a camminare… in una sala cinematografica, la mamma mi ci portava sempre. I ricordi della mia vita sono scanditi dai film e dalle sale cinematografiche. Per esempio: la lotta studentesca col film ‘Fragole e sangue’; i primi amori con American Graffiti, e il cinema Universale; la Dark generation e Blade Runner, Rusty il selvaggio, Jim Jarmush; l’incontro con i rom: Il tempo dei gitani;  Bergman, Truffaut, Fellini e la sala Spazio Uno. Ho iniziato a  fare cinema  a 21 anni, mi iscrissi a  un corso di regia in Super8, il mio primo amore, la pellicola amatoriale. Poi ho abbandonato per un po’ perché mi sembrava una chimera per me il cinema, mi sembrava impossibile. A 26 anni ho continuato con la ricerca, ho studiato in parte da sola attraverso i film e le sceneggiature dei grandi autori. Poi lo studio, studio ancora, scrivo per il cinema. A trent’anni ho vinto un concorso europeo chiamato ‘Pepiniere’ come sceneggiatrice. Era una residenza d’artista e mi mandarono a Lisbona alla Radiotelevisione Portoghese dove ho passato quattro mesi a scrivere.  Peccato che io sia stata una persona con tanto amore ma un costante timore di me stessa, sono estremamente critica verso il mio operato. Ma l’arte cinematografica mi rappresenta e quindi continuo strenuamente. E poeto anche, da sempre scrivo poesie. Ho pubblicato solo assieme ad altri autori con Marzia Carocci. Non ho mai partecipato a concorsi di poesia. Mentre con i miei film sì e ho vinto premi.

Prima domanda legata alle tue molteplici attività. Tu sei Regista, come scegli le sceneggiature?

Sentivo che la mia scrittura era strutturata per essere e diventare cinema. Ho iniziato il mio percorso scrivendo sceneggiature. E poi è stato quasi naturale passare alla regia. Le mie idee nascono dalla realtà che vivo ogni giorno, le persone che incrocio nel mio percorso. 

Cosa devono trasmettere un film o un documentario?

Secondo me, un film o un documentario devono trasmettere bellezza. Prima di tutto deve essere esteticamente bello un film. Poi nell’idea che ho io del  film c’è una costante ricerca dell’immagine che abbia un significato. Poi l’immagine deve trasmettere amore e passione. Movimento verso il raggiungere un qualcosa che non è fine a sé stesso ma avvicinarsi all’io puro, supremo. Poi dovrebbe parlare universalmente. Dare un messaggio. Non è facile.  Tutt’altro. La ricerca dell’intreccio della storia è estenuante, a volte. Perché soggetti per film ne ho scritti, moltissimi. Un documentario per me è solo narrativo, nel senso che partendo da uno o più personaggi seguo la loro vita, gli intrecci. Quindi il o i protagonisti devono essere persone che hanno una vita emblematica o una storia.

Sei anche produttrice, sono inesperta in materia, quanto è difficile?

 Produrre un film è veramente arduo. Da produttrice indipendente è un carico notevole, col senno di poi. Nel senso che  quando penso di produrre un film da sola lo faccio con una estrema forza di vivere l’esperienza senza pensare a tutto il carico di problemi che ci sarà nel farlo.  Unico limite che ho è il denaro, infatti nel mio caso non posso pensare a scenografie che vanno oltre la mia portata: non posso pensare una storia ambientata a New York, ma neanche totalmente a Livorno che dista un’ora da qui. Sono costi impossibili per me. Ma la volontà di realizzarlo solletica la mente e mi spinge a cercare luoghi bellissimi qua, vicini, in modo da tagliare spese di alberghi, benzina eccetera. E spesso per l’entusiasmo non guardo oltre la cortina che mi si para davanti, vado e la spazzo via un po’ per volta. Per esempio, ho l’idea che mi si presenta come un lampo, scrivo la sceneggiatura. Poi parto per i sopralluoghi vado cioè a cercare i luoghi dove si svolgerà il film. Mi fermo e penso ai protagonisti. Poi penso ai soldi, come cercarli, poi alla troupe: operatore, direttore della fotografia, fonico. E via…

Ci parli di un film che ti ha più emozionata realizzare?

Diciamo che tutti i miei film sono stati emozionanti da realizzare. Sia quelli in carcere, sia gli altri. Parlerò de La Scomparsa, un lungometraggio che ho finito nel 2018 e si ispira alla vita di Dino Campana, ai giorni nostri. È un film poetico, molto particolare. Ho prodotto da sola, con uno sponsor, il film. Era urgente, volevo realizzarlo. È molto me, la mia storia e la sua, del poeta. Diciamo che ‘La Scomparsa sono io’. La ricerca dei luoghi dove girare è stata un’esperienza esaltante: il mio primo viaggio verso il paese dove è nato Dino Campana, Marradi. Ho pensato che il film dovesse svolgersi su un treno, un vecchio treno a diesel, poi al suo paese, dove ho trovato vicoli suggestivi e persone che mi avrebbero potuto dare una mano. Il teatro anche.  Ringrazio tutti i marradesi…l’Eremo di Gamogna come luogo è un sogno. Poi Livorno. Le strade, e il vecchio zoo dove c’erano gli animali. L’acquario. Lì Dino Campana si immerge nei ricordi e si immerge nell’acqua dove ci sono i pesci. Abbiamo realizzato delle inquadrature bellissime. Il cinema deve rendere visivi sensazioni e sentimenti che si traducono in luoghi. Sul set ho avuto grandi soddisfazioni, mi hanno aiutata tante persone, gli attori che si sono prestati, tanti. Perfino Carlo Monni e Giorgio Ariani. Abbiamo avuto il permesso di girare al vecchio ortopedico di Firenze, per un giorno ci hanno lasciato un’ala dell’ospedale, e anche a San Salvi…di nascosto però. E poi la postproduzione che è stata molto lunga, il montaggio e la ricerca dei suoni, la musica che ha suonato per me una pianista, Eleonora Frosecchi, le mie e le poesie e le poesie di Marthia Carrozzo, il missaggio.

Regista, produttrice, scrittrice, allora scrivi anche sceneggiature?

Sì appunto, scrivo io le sceneggiature per i miei film e ora sto scrivendo un nuovo film. Ma è un segreto, non posso svelare niente.

Ma scrivi anche belle poesie, cosa ti affascina della poesia?

Ti ringrazio, sono contenta che ti piacciano le mie poesie, la prima che ho scritto, credo a dodici anni, è un ricordo lontano, mi vengono  i brividi di piacere a pensarci. Ho sempre amato le sensazioni che offre la poesia. In brevi accenni ti prende e ti avvolge. Poi ho scoperto Baudelaire a 15 anni, è stato una folgorazione.  “Il sole s’è annegato nel suo sangue che s’aggruma.” Non pubblico perché preferisco fare cinema di poesia, ancora non mi sento pronta. Vorrei leggere io le poesie che scrivo, che sono storie reali, segnate da parole forti anche, cerco la poesia dove non c’è, in luoghi desueti. Una ragazza che lavora nei cessi della stazione, un ragazzo tossicodipendente alla ricerca del padre, un giorno al pronto soccorso. Amo i contrasti. Oggi nell’Arte secondo me ne abbiamo bisogno. E la mia poesia è la vita dei disperati che deve raccontare, secondo me.

Sei anche attrice?

No! Non faccio l’attrice. Mi interessa vedere gli altri farlo. Dirigere…questo sì. Mi piace proprio il contatto con la macchina da presa. E stare dietro, avere il controllo del film sotto ogni aspetto. Io spesso giro, non le faccio fare all’operatore le inquadrature.

Un tuo prossimo lavoro?

 Il mio prossimo lavoro lo sto scrivendo. Purtroppo, non posso dire niente al riguardo, mi è stato commissionato, quindi un produttore c’è, Alessandro Salaorni e la casa di produzione è Larione 10. È produttore anche del penultimo film documentario col quale ho collaborato: La Regina di Casetta. Coprodotto con Rai Cinema, il Mibact. Mi dispiace non dirti l’argomento e la protagonista del prossimo, solo che ne sono entusiasta, è un personaggio che mi ha affascinata da subito. Da subito l’ho sentito mio e mi pare di avere vissuto certe cose di lei.

 Tu fai parte anche di un progetto che si chiama “Cinema La Compagnia” di cosa si tratta?

Io lavoro per Fondazione Sistema Toscana, un organismo che si occupa di media in generale, e anche il cinema La Compagnia ne fa parte. Porto il cinema nelle carceri, un po’ in tutta la Toscana. Realizzo piccoli film o faccio lezione di cinema sfruttando la capacità stessa del mezzo per la discussione di grandi temi, concordati con la scuola e gli educatori. Mi piace il contatto con un pubblico così diretto e critico.

Quando ci saremo lasciati alle spalle questo periodo difficile, pensi che la nostra società e soprattutto le persone saranno migliori?

Ancora stiamo vivendo questo momento, quindi non so se il mondo cambierà. Io spero non in peggio, nel senso che ho paura della diffidenza che genererà questo distacco fisico in noi adulti. Purtroppo, non so se qualcuno cambierà. Spero che questa calamità generi ripensamenti ma non ho molta fiducia. Perché ho visto che la gente è andata ad accaparrarsi cose nei supermercati, poi le mascherine, poi ho visto uscire ora in modo sconsiderato senza pensare agli altri.  Sì, è bella la città più pulita, ma lo è perché deserta. Io continuerò a vedere la bellezza, a cercarla e l’ amore, a darlo facendo cinema e poesia. O poesia e cinema. Fino alla fine.

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