Intervista al Prof. Gianluigi Caron

L’intervistato di oggi è il Prof. Gianluigi Caron.

Come sta Gianluigi e come ha vissuto i mesi che hanno visto il blocco totale della nostra nazione?

Sto bene, grazie a Dio. Durante questi mesi di epidemia d’altro canto ho trovato ampi spazi letterari e mi sono tuffato nella lettura e nei film d’antan. Ho percepito subito che questa epidemia è stata un avvertimento celeste volto a farci ritrovare gli antichi valori, che ci sono stati trasmessi dai nostri padri. E ciò lo si può desumere nel leggere i passi della Bibbia.

Ci parli un po’ di lei.

Parto da mio nonno paterno, antico liberale democratico sino alla fine della sua vita terrena, avvenuta nel 1954. È stato eletto in Parlamento con il partito liberale di Giolitti del primo ventennio del Novecento. Mio padre, Docente universitario di Diritto ecclesiastico e di Diritto canonico, ha sempre rifuggito la politica della sua epoca. Mi ha così tramandato il “testamento liberale” del nonno, fatto anche suo, e ha rafforzato in me uno spirito libero idoneo per vivere i tempi attuali. Mia mamma è stata una dolce e solida donna di campagna, la direttrice avveduta delle vicende domestiche. Durante le scuole elementari ho incontrato il maestro Mina, uscito dal libro cuore, ogni pomeriggio ho frequentato l’oratorio di San Giuseppe ed ho giocato da portiere nei pulcini della sua squadra, la Veloces. Correva il 1968 e Don Pio, anch’esso una guida autorevole e illuminata, prima di una partita di un torneo dell’oratorio, mi ha detto che avrei dovuto stare in panchina, cioè che un altro portiere avrebbe giocato al mio posto. Quella frase mi è entrata nell’anima come la lama di un coltello, per sempre. Da lì ho compreso che i sogni ancestrali e infantili di una vita trascorsa sui campi di calcio sarebbero stati tali. Don Pio mi ha fatto intravedere un percorso di vita, che sarebbe stato diverso da quello da me ideato e sognato all’epoca. Durante le scuole medie ho giocato nella squadra degli Esordienti della Pro Vercelli, durante gli anni liceali ed universitari mi sono ancora cimentato in qualche torneo calcistico, ma alla fine ho seguito il percorso degli studi e dell’attività di scrittore e di poeta. Durante gli anni del Liceo Classico ho avuto un docente di Lettere con la Divina Commedia incorporata dalla nascita, il professor Bo. Mi sono laureato in Giurisprudenza ed  il  relatore della mia tesi di laurea è stato il professor Testa Bappenheim, un illuminato antropologo. Nella seconda metà degli anni Ottanta un altro mio incontro magico è stato quello con il giornalista Migliavacca, direttore dei settimanali vercellesi “La puntura” e “Il mio giornale” e illuminato spirito libero al di là dei partiti. Esso ha consolidato i miei già solidi e profondi ideali di libertà. I miei grandi maestri di vita conosciuti sono stati mio padre, il maestro Mina, il professor Bo, il professor Testa Bappenheim, il giornalista Migliavacca. I miei grandi maestri di vita non conosciuti sono stati Paolo Villaggio e Fabrizio De André, avanti di diversi decenni dal mondo attuale dall’alto dei loro messaggi di libertà universale.

Ho letto un suo articolo (presumo del 1982) intitolato “Essere giovani a Vercelli” in cui parlava della mancanza di un’Università che stimolasse i giovani a restare in città, ma soprattutto che stimolasse la voglia di apprendere e di fare cultura. È ancora così?

Nella mia vita ho incontrato diverse persone amiche, qualcun’altra l’ho trovata molto distaccata e poco sensibile. Durante gli anni Settanta per qualche giovane della mia generazione è stato di vitale importanza essere stato parte della destra o della sinistra politica. Di certo per taluni di essi uno spirito libero è stato visto come una figura…sprovveduta, tanto per usare un termine bonario. Negli anni Ottanta l’edonismo più ottuso e la Milano da bere hanno fatto il resto.Nel corso del tempo è stata portata a Vercelli qualche succursale universitaria, ma una certa mentalità, rafforzatasi almeno dagli anni Settanta e Ottanta, è rimasta radicata come una quercia secolare, forse è peggiorata. Taluni giovani della mia generazione hanno avuto miti e ideali sbagliati, oggi i giovani, loro discendenti, hanno visto tramandati i loro falsi valori e sembrano perlomeno disorientati e permeati da un materialismo difficile da estirpare.

Come deve essere un buon insegnante? Le pongo questa domanda perché fin da bambina ho avuto una personalità curiosa di apprendere, pochi hanno compreso che la mia irrequietezza era dovuta alla noia di lezioni basate su teorie e forme da imparare a memoria senza riuscire ad ampliare gli argomenti.

Negli anni Sessanta un insegnante avrebbe potuto imitare, seppur in parte ma con successo, Robin Williams nell’attimo fuggente. Durante quegli anni ho incontrato professori e allenatori di calcio assai “spartani”, taluni di essi avrebbero potuto incutere quasi timore. Il professor Bo ci è apparso di un altro pianeta dall’alto delle sue sublimi lezioni dolcestilnovistiche e con qualche professore più giovane si è potuto parlare al massimo di sport nei momenti morti delle lezioni. E noi allievi abbiamo ascoltato le lezioni silenziosi e rispettosi, seppur più o meno sensibili ed educati. Tra gli allievi di oggi e il sottoscritto c’è un divario generazionale notevole, troppo differenti sono e sono stati gli stili di vita dei genitori dei miei allievi e dei miei. Tuttavia, un pizzico di Robin Williams ho cercato di metterlo nelle mie lezioni, talvolta vi ho rinunciato…a malincuore…

Lei scrive, ho letto due dei suoi numerosi libri, e dato che amo la poesia le chiedo: “Il poeta oggi deve confrontarsi con la classicità delle parole, oppure si deve adeguare al mondo contemporaneo?”

Non mi sono posto in modo profondo questo problema, da quel cane sciolto che sono. Cerco di stare nel mezzo delle due possibilità. Cerco sempre di dire quello che penso, costi quel che costi. Cerco di farlo in modo ironico ed elegante, lo spero. Alla fine, cerco di farmi comprendere da ogni tipo di lettore e sono pronto a rispondere con garbo alle obiezioni che mi sono poste.

Da Gianna a Bocca di Rosa” è un libro che ripercorre la sua vita nella realtà quotidiana accompagnata dai testi delle canzoni che hanno fatto la storia della musica. Com’è nata l’idea di associare i passi del suo vivere alle canzoni?

Nel 2015 ho pubblicato “Gianna”, in cui ho cercato di interpretare i testi di Rino Gaetano. In quello stesso anno mia mamma è passata a miglior vita. Nel 2017 ho trovato le dirigenti della mia attuale casa editrice “Tracce per la metà”. A Sessant’anni mi sono sentito come Ulisse tra le braccia di una Nausica letteraria, un naufrago con le vestigia dei suoi maestri di vita tutti passati a miglior vita e con i suoi ultimi anni di vita privi di gioie e di soddisfazioni. È da tutto ciò che mi è venuto un impulso fortemente vitale per riprendere a scrivere dopo un paio di anni, per divulgare i miei scritti e per far comprendere alla gente il mio credo poetico e tutti quanti i passaggi della mia mia vita, siano stati essi gioiosi o dolorosi. “Bocca di Rosa” rappresenta la ricerca di un sommo ideale, il quale si può trovare in tutti quanti gli spartiti della umana vita, non necessariamente tra i diamanti.  

La famiglia è importante nella crescita emozionale di ogni bambino, siamo nati in un periodo in cui la famiglia era il pilastro della società, ma è anche vero che poi nel corso degli anni specie dal 68 a metà degli anni 70, c’è stata una grande disgregazione dei valori che ci erano stati insegnati. La domanda è questa: Noi che siamo parte di quella generazione forse abbiamo voluto smantellare tutto creando una società dedita solo all’egoismo personale?

Gli anni Sessanta, ovvero gli anni della mia infanzia, sono stati una gemma di valore inestimabile. Anche gli anni Settanta, quelli della mia prima giovinezza, sono stati anni pieni di sogni e di entusiasmo, anche se già nei primi di essi abbiamo visto le immagini dei telegiornali e ci siamo chiesti  il perché di certe cose violente ed assurde, ma non tutti noi, forse!…Durante l’infanzia e la prima adolescenza i miei miti canori sono stati i complessi iniziatici di quegli anni, i Beatles, i Nomadi e i New Trolls in particolare. Più avanti ho approfondito i grandi attori e i cantautori. I miei idoli sportivi sono stati Best e Cruijff tra i giocatori stranieri, Riva, Sivori e Meroni tra quelli italiani. Forse non nascono più. Io penso che il progresso tecnologico, unito all’imprenditoria e alla politica degli “yuppies”, figure già presenti negli anni Sessanta, abbia smantellato dei valori assoluti e un idealismo che si è potuto trovare nella politica dei primi venti anni del Novecento e nella Costituzione repubblicana del 1948. Il concetto universale del “siamo qua noi” è stato capovolto e sostituito da quello del “dio denaro”. 

Le pongo queste domande perché nelle sue parole leggo gratitudine e profondo rispetto nei valori che le sono stati trasmessi. Cosa hanno in meno i nostri giovani?

Ho avuto la grande fortuna di avere avuto due genitori fantastici. Mi hanno inculcato somma fede divina e profondi valori costituzionali. Mia mamma, più vulcanica, era un impasto di sole, vento e pioggia, o meglio, mi somministrava robuste ramanzine di mattina e mi dava una carezza materiale o spirituale la sera. Mio padre l’ho ascoltato sempre durante i pasti, mi è bastato. È stato dotato di un humour inglese e talvolta mi è parso un Budda o un Confucio. Si è arrabbiato una volta ogni morte di papa, bastava ed avanzava…Ho sempre avuto un buon rapporto complessivo con i genitori dei miei allievi, di certo con quelli che li hanno seguiti. Tuttavia, ritengo che taluni genitori di oggi non abbiano trasmesso in alcun modo i profondi valori religiosi ed etici ai figli. Inoltre, ritengo che non abbiano fatto il benché minimo accenno ai figli a figure come Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King, i fratelli Kennedy, Cassius Clay, Bob Dylan, Joan Baez e Jimmy Hendrix. Li hanno spesso sostituiti con figure assai ambigue e prevaricatrici. 

Come madre ho cercato di trasmettere a mio figlio quello che mi era stato trasmesso ma con un’ idea più ampia, portando il No ad essere compreso invece che accettato. È stato difficile molto, ma credo che abbia dato i suoi frutti, la famiglia e la scuola in questo non dovrebbero essere alleati?

Non ho mai avuto discussioni con i miei genitori, ho sempre ascoltato in silenzio le loro esortazioni e le loro rampogne, alla bisogna. E ringrazio i miei genitori di avermi lasciato scegliere la mia strada, e questo non è mai troppo facile. Alla fine, dovevo farmi onore nella vita e rientrare in casa con passo felpato dalle discoteche all’alba dei vent’anni. Durante i colloqui con i genitori a scuola una volta ho sentito mia madre esortare un professore a darmi una insufficienza, se l’avessi meritata. Oggi succede pressoché il contrario…Ci vorrebbe un giusto equilibrio. Mio padre ha sostenuto che il Novecento ha visto prima la tirannide, dopo la licenza. Come in tutte le cose ci vorrebbe questo giusto equilibrio, di certo anche nella scuola!…

Conoscere sé stessi è più difficile che conoscere le altre persone. La  scrittura in questo aiuta?

Alla mia età non ci si stupisce più di nulla. Ho ricevuto affetto e solidarietà dalle persone amiche, freddezza e cinismo insensato da qualche figura fredda e ostile, come tutti noi, penso. Tra l’essere considerato una figura positiva e un idiota ritengo che ci sia una via di mezzo…Alla fine credo comunque molto in me stesso nelle mie vesti di scrittore e di poeta. Se avessi fatto altre attività, come l’avvocato, ad esempio, sarei di certo stato una figura mediocre, o meglio, un signor nessuno. Quando la morte terrena mi chiamerà, mi sentirei un grande fallito senza avere fatto lo scrittore e il poeta.

Quanti libri ha scritto?

 Dieci. Nell’ordine: “E che Dio ce la mandi buona!” (1998), “Oltre il volo delle farfalle” (1999), “Il ritorno degli Dei” (2008), “Il calcio e i favolosi anni ’60” (2011), “Oceano 2012” (2013), “Il volo di Colombo” (2013), “Il nostro caro Angelo” (2014), “Gianna” (2015), “Da Gianna a Bocca di Rosa” (2019), “Poesie giovanili” (2020).

I suoi studenti come vedevano un insegnante scrittore?

Alcuni con un certo interesse, altri con meno o con nullo interesse. Di certo i giovani di oggi sono coinvolti da questo materialismo dirompente del mondo attuale. Ma non bisogna fare di ogni erba un fascio. Io penso che i giovani hanno un senso di ribellione interiore nei confronti della società di oggi, ma non lo ostentano. Prevale in essi un loro modo di essere convenzionale nei confronti di taluni loro genitori e di taluni insegnanti che non gli hanno inculcato la religione e gli autentici valori della vita sia biblici che costituzionali. Alla fine, io penso che se un insegnante schiacciasse il pulsante giusto nella coscienza dei giovani, potrebbe uscire un mondo dai contorni insondabili e meravigliosi. Ma è difficile trovare questo pulsante da schiacciare!…

Nel duemila sedici, parlando di poesia con un insegnante di un Liceo Classico, mi raccontò di quanti giovani scrivevano poesie, e di come molti si vergognavano di questo. Per la grande maggioranza delle persone il “Poeta” è un sognatore e nulla facente che vive di aria, come si può far cambiare questa opinione?

Ecco il punto! Il poeta è visto come un sognatore, una persona che non è di questo mondo, non bisogna dire un aspirante guru o un profeta…anche se è così. Un giovane di oggi si ribella in modo più o meno ostinato e irruente ad un poeta, perché ormai spesso questa è una amara consuetudine a casa loro e nel mondo inculcato a loro da certi insegnanti senza fede divina. Mi è capitato di trovare un allievo, non il solo, di certo, inizialmente critico nei miei confronti. Gli ho spiegato che il liberalismo dei primi vent’anni del Novecento, come del resto il socialismo utopistico di quell’epoca, è stato diametralmente opposto al liberalismo degli ultimi trent’anni. Alla fine dell’anno scolastico esso ha dialogato con me con un entusiasmo innato, mi è sembrato trasformato. Ma forse è stato uno su cento, uno su mille. Ed è stato così che mi è venuta una grande tristezza. Ho pensato che per un anno io sono stato insieme a questo ragazzo per un paio di ore alla settimana e che alla fine esso sarebbe ritornato in un contesto familiare e sociale per lo meno arido. 

In alcuni suoi articoli lei parla della chiusura della sua città ( vedi una delle domande precedenti) alla cultura. Io vivo a Firenze, e le posso dire che la situazione  per certi versi è identica. Gli Pseudo intellettuali vivono rinchiusi nelle loro associazioni, evitando la contaminazione con la “modernità” tutti chiusi in uno snobismo culturale. È questa una delle colpe che ha portato alla poca voglia di leggere nella nostra società?

Ho sempre visto la mia città ammalata di un provincialismo gretto e senza uscita, a cui potrebbero mettere fine gli angeli uniti al Signore. Ho letto qualche libro di Villaggio e in uno di essi il nostro immenso ragionier Fantozzi ci ha descritto una Genova ammalata di insanabile provincialismo, alla fine, ritengo, piuttosto bigotta in certi suoi spartiti borghesi. In tutto ciò ho visto la fotocopia di Vercelli e mi sono domandato accoratamente: “ma come? una grossa città di mare con il ponente e il levante dalle  ridenti spiagge e dagli affollati locali a portata di mano, con i suoi grandi attori e cantautori che hanno fatto la storia, con una fantastica ed annuale mostra dell’Euro flora, è così provinciale?” Alla fine, senza il bisogno di scomodare Einstein, mi sono reso conto che tutta l’Italia e tutto il mondo oggi più di ieri sono ammalati di questo insanabile provincialismo, in cui sembra scritto questo dogma materiale: bisogna sorridere sempre e comunque ai potenti ed essere sempre e comunque spietati verso i secondi e i deboli.

Crede che riusciremo ad essere migliori da oggi in poi?

Bisogna avere sempre fede e fiducia. Luigi Tenco circa sessant’anni fa ha posto l’auspicio in una delle sue fantastiche canzoni  che il mondo un domani potrà cambiare, ma non sarà un domani immediato. Dopo circa sessant’anni il mondo è cambiato di certo in peggio, ma non bisogna demordere. Forse per il cielo sessant’anni potrebbero valere pochi mesi, magari una settimana. Il Signore ha i suoi disegni e i suoi tempi, per noi insondabili. Mio padre, passato a miglior vita nel 1999, ha sempre auspicato un mondo migliore, ma si è detto certo che non avrebbe visto la terra promessa, la sala del re, come lui l’ha  definita. Forse anch’io non vedrò la terra promessa. L’importante è camminare giorno per giorno. “Carpe diem”, così ha detto Robin Williams nel suo attimo fuggente.

Fioralba Focardi

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