Io e Parigi (5)

Scendo nella hall il portiere carino, rimane a bocca aperta, va beh, il verde smeraldo del vestito,  il glicine degli accessori, il tacco 12 fanno effetto, S’informa dell’evento, mi da spiegazioni sul teatro dove devo recarmi e mi chiede se deve chiamare un taxi, rispondo di no, che  andrò in metrò, lui scuote la testa sorride e mi saluta con aria scettica.

Esco, vado al bancomat che è di fronte, poi mi avvio verso la metrò, quando una signora mi ferma per farmi i complimenti per la mia mise, in Italia mai successo che i miei abiti fossero così apprezzati!

Salutata la gentile signora riprendo la mia direzione, ma i sanpietrini di Montmartre, sono un pericolo per i miei tacchi a spillo, faccio dietro front e torno in hotel, il portiere mi aspettava e con quel sorrisino divertito mi dice: “Madame taxi?”

 “Oui,” e continuo “la quatre cent quatre”. Finalmente sono riuscita a pronunciare il numero della mia stanza in maniera impeccabile.

L’uomo è soddisfatto dopo due lezioni mattutine, la pronuncia è perfetta.

Salvo in camera e prendo i sandalini a tacco basso, li indosserò per rientrare dopo l’evento, mica voglio svenarmi e soprattutto voglio godermi il pomeriggio che è meravigliosamente sereno.

Il taxi arriva, l’uomo mi apre la portiera e in meno di dieci minuti arrivo al teatro, manca circa mezz’ora all’inizio dell’evento, perciò cerco di guardarmi intorno, gli autori quasi tutti italiani, sono una folla variegata.

Come al solito  mi trovo in forte imbarazzo, sono e sarò sempre polemica nella mia vita, ma molti sono pieni di sé, non hanno modestia, li ascolto, ovviamente taccio di me e parlo dell’autore che rappresento, ma decisamente mi trovo fuori posto. Non per l’ambienta del teatro, ma per le persone che si trovano in quel contesto “culturale”.

Alla fine prima di entrare in sala ho diversi biglietti da visita con – Tizio poeta- Caio scrittore- l’arte sul biglietto da visita mi sconvolge.

La premiazione scorre veloce, tra elogi, ballerine di Can Can, e giornalisti italo francesi che curano una rivista che parla d’Italia e delle sue attrattive.

Foto di rito, e poi via verso ciò che mi attrae di più la scoperta di nuovi posti da ammirare.

Di certo so che dovrò prendermi quindici giorni di ferie per poter conoscere Parigi, e tutti i monumenti che ho visto e vedrò da fuori, per mancanza di tempo.

Torno in hotel, con i sandalini, volevo passeggiare in verde e glicine, ma la gonna troppo stretta non è adatta, non era cosa.

Sempre il portiere carino, mi accoglie con il sorriso, mi ca ancora i complimenti, io gli mostro il premio, e gli lascio un foglietto su cui è scritta una poesia in italiano, scritta la sera precedente sulle nuvole, l’avevo portata con me.

Mi ringrazia e vuole che gliela legga, di sicuro non ha capito niente, ma l’ho reso contento.

Non mi da la chiave, aspetta che io mi decida a dire “la quatre cent quatre”, ormai sa che so pronunciarla bene quella frasetta e lo faccio contento.

Mi cambio e torno verso Pigalle, ho visto dei negozi carini che voglio visitare, e poi ci sono certe pasticcerie che hanno dei “macaron” che dicono “devi mangiarmi”.

Mi fermo a un ristorante, molto carino, i tavolini danno su di una piazza interna, adatto per la cena, ordino una zuppa fredda “Vichyssoise”, un calice di Bourgogne Chardoney, io vado a nome non a naso, per i vini e adori i bianchi, il portafoglio no, ma era l’ultima sera che cenavo a Parigi.

Alle 23, sono già in hotel, pronta per un sonno ristoratore.

Finiva il sabato e un altro giorno a Parigi.

Continua…

Fioralba Focardi

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