3 marzo nasce Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco (Padova 3 marzo 1961) ha scritto quattro libri di poesia: La bella mano (Crocetti 1991), Stanze del gusto cattivo (in Primo quaderno italiano, Guerini e associati 1991), Ritorno a Planaval (Mondadori 2001; LietoColle 20182), Prove di libertà (Mondadori 2012). Con Mario Benedetti e Fernando Marchiori ha diretto la rivista «Scarto minimo». È stato nella redazione di «Poesia». Insegna Poetica e Stilistica all’Università di Siena. Come studioso si è occupato della metrica di Petrarca, Ariosto, Andrea Zanzotto, e di poesia del Novecento. Di Zanzotto ha curato il Meridiano Mondadori nel 1999 (con Gian Mario Villalta) e l’Oscar Tutte le poesie (2011).

«Distratti dal silenzio sono forse i poeti. Non tutti: ce n’è qualcuno, e non per forza dei peggiori, che se ne infischia del silenzio, ma questi a noi interessano poco. Quello che vogliamo è un indugio nella morte, per attraversarla con amore e arrivare di là, dall’altra parte, dove la nostra esistenza avrà un significato meno provvisorio di quello che siamo abituati a conferirle. Per farlo bisogna essere bravi, bravi nella vita e bravi nell’ascolto della lingua. È così che amare e respirare saranno per noi la stessa cosa. Una cosa per cui vale la pena di lavorare, di impegnarsi».

Così scrivevo, agli esordi di tutto, tra gli anni Ottanta e Novanta, usando parole e toni che oggi mi impressionano per la retorica e l’improntitudine, e soprattutto senza dare ragione di quel noi: a nome di chi parlavo? Sicuramente a nome degli amici che in quegli anni iniziavano con me la loro ricerca poetica, presi come eravamo dalla vertigine che ci imponeva di trovare una lingua per raccontare ciò che tra noi si pensava, si diceva e si scriveva. Nacque così «Scarto minimo – Rivista di poesia contemporanea» che nel 1986 fondammo a Padova con Mario Benedetti e Fernando Marchiori. La rivista non accoglieva saggi critici e recensioni, ma soltanto poesie e “interventi di poetica”.

Non tutti hanno avuto la fortuna – e certo la sfrontatezza – di poter dire noi all’inizio della propria storia. E raramente i poeti parlano davvero di poesia tra loro. La maggior parte riflette sul senso di ciò che fa, ma parlarne è un’altra cosa. C’è un pudore esagerato, e in molti una disabitudine a condividere le esperienze e le idee. L’egotismo, in effetti, non riguarda chi parla di sé, ma chi non riesce a esporsi in una relazione. E una poetica di gruppo non è l’adeguarsi a un dover-essere della poesia, e nemmeno una razionalizzazione a posteriori. È tutte e due le cose: è qualcosa che si fa insieme, vivendo e scrivendo; non viene prima o dopo la poesia, ma nel mentre. Ognuno è se stesso e contemporaneamente assorbe, interiorizza, ciò che avviene negli altri e offre ciò che ha di proprio. Quanto maggiori sono la stima e la fiducia reciproche, tanto più il pensiero comune affiora e si lascia intendere, accrescendo la comprensione del proprio fare. Non si tratta di uno scambio, perché lo scambio, comunemente, presuppone individualità definite che hanno ben chiaro ciò che possono proporre. La poetica, ogni poetica di gruppo, si forgia nella relazione stessa, un processo nel quale a prevalere sono l’incoscienza e l’osmosi.

La citazione all’inizio riflette bene lo stile romantico e garibaldino della seconda metà degli anni Ottanta. Ma non è lì soltanto per un rigurgito nostalgico. L’ho riportata per rivendicare un atteggiamento che, pur evolvendosi nei decenni, ha conservato il suo spirito fondante, che era ed è di difendere il sapere della poesia in quanto tale. Uno dei punti di forza di «Scarto minimo» era proprio di sdoganare la teoresi dei poeti, infischiandosene di ciò che poteva essere politicamente corretto per un teorico della letteratura o per un filosofo estetico. Le ragioni della poesia non avevano bisogno delle stampelle di qualche illustre pensatore del passato o del presente, ma dovevano sbocciare direttamente dall’esercizio della scrittura e, nel caso, si doveva avere il coraggio di essere ingenui e di mostrarsi ignoranti. A monte c’era evidentemente la consapevolezza di essere eredi diretti, e perciò detentori, di un sapere che non era appannaggio né dei letterati di professione, né dei filosofi. Di qui l’insistenza sulle forme e sullo stile. Lo sforzo, in realtà, era di mettere in relazione il sapere linguistico formale con il culturale e l’esistenziale – forma, cultura, esistenza – per tratteggiare una sorta di etica della poesia.

Anche adesso, dopo qualche decennio, quando ormai ciascuno di noi ha raggiunto la propria chiarezza, come è destino che sia, il lascito di quell’esperienza è prezioso, e si comprende meglio come quel noi fosse la fattispecie del ‘noi’ più vasto che si annida nella voce di ogni singolo poeta.

Continuate a leggere l’articolo qui Stefano Dal Bianco, silenzio e volontà della parola poetica – Poesia, di Luigia SorrentinoPoesia, di Luigia Sorrentino (rainews.it)

Lenzuola

Ho due lenzuola vecchie di vent’anni
e una federa a fiori
che tengo in casa per gli amici intimi,
usandole sempre ma ogni volta pensando
e pregando, temendo lo strappo
che deve seguire al lavaggio,
ogni volta congetturando
un utilizzo diversificato dei ritagli
come tendina , fazzoletto, come involucro antipolvere,
come sacca per le pantofole.

I miei amici non lo sanno che ogni volta un poco tremo
a vederli dormire beati
nel sudario di un passato solo mio
che ogni volta per loro si assottiglia e ogni volta,
grazie a loro, mi tortura.

Platano

Sono uscito a camminare verso il mare, ma devo negarlo
perché ero uscito e in realtà quasi subito
ho incontrato un platano e mi tocca di scriverlo,
anche se scrivere è di più che raccontare,
anche se raccontare è già difficile,
anche se il difficile è rientrare
a scrivere del platano,
a raccontare il platano
senza averlo davanti,
cercando di ricordare,
tradendo nel ricordo come se lui non esistesse, veramente
platano di rami e foglie nella luce.

Come dimenticarlo

Descriverlo, accettare le metafore, perfettamente sufficienti, indifferenti in apparenza ma vive del suo sguardo, morte del suo splendore, del male che le fa differenti e lucide di sé. E complimenti al platano e addio alla passeggiata, di chi per un momento ha creduto
di vederlo e l’ha dimenticato.

Ricostruirlo come nuovo

Ritornare sul prato come in cerca di qualcosa che non è più albero,
non più albero di me e di te che mi leggi e non stai sul prato,
e senza amore immagini quest’albero, senza riserve di realtà.
Chiederti di venire senza fissare appuntamenti,
chiedere insieme distrattamente
con la sola energia che ci è concessa
un posto libero nel prato, di fronte al mare,
non lontano dalla stanza dove tutto è raccontato.

Stefano Dal Bianco | (ipoetisonovivi.com)

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