15 marzo nasce Flavio Santi

Di origini friulane (di Colloredo di Monte Albano, nell’allora provincia di Udine, per l’esattezza), il cognome originario era Sant: la “i” fu aggiunta a seguito della campagna d’italianizzazione forzata promossa dal regime fascista.

Benché vincitore del concorso di ammissione alla classe di Lettere e Filosofia della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha preferito studiare, da convittore dell’Almo Collegio Borromeo, all’Università degli Studi di Pavia, dove si è laureato in Filologia medievale e umanistica, con una tesi sul giurista umanista Giasone del Maino (di cui oggi si può leggere la voce Treccani da lui redatta[1]), e ha poi conseguito il dottorato in Filologia moderna con una tesi dal titolo “Figurando il Paradiso”: metafora religiosa e vita materiale nella letteratura italiana dalle origini fino a Dante. Ha studiato anche a Ginevra sotto la guida di Guglielmo Gorni.

Come poeta la sua produzione è sia in lingua italiana sia in friulano. Una distorta epica moderna, con le avventure di un clone contemporaneo di Giacomo Leopardi, caratterizza Mappe del genere umano. La lingua friulana si dispiega in tutte le sue potenzialità nella raccolta Rimis te sachete, che gli vale diversi riconoscimenti critici, come quelli di Mario Desiati[2], Enzo Siciliano[3], Andrea Cortellessa[4] e del poeta friulano Amedeo Giacomini.[5] Nella raccolta successiva di stampo civile – dal titolo Asêt – c’è l’addio dell’autore alla scrittura in friulano. Le sue poesie sono tradotte in molte lingue, tra cui inglese, francese, spagnolo, tedesco, norvegese, finlandese, olandese, indonesiano.

Ha esordito nella narrativa con il romanzo Diario di bordo della rosa, con una nota di Michele Mari (il romanzo ha avuto una seconda edizione, accresciuta, nel 2014). Grande è la varietà di temi affrontati: dal vampirismo in chiave storica con L’eterna notte dei Bosconero al memoir con Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta. La morte del poeta e amico Simone Cattaneo gli ispira una moderna riscrittura de La vita agra di Luciano Bianciardi: Aspetta primavera, Lucky (candidato al Premio Strega 2011, Premio Paradiso degli Orchi). La scelta di dare il libro a un piccolo editore risponde a una precisa prassi.[6] Da segnalare anche la raccolta di racconti La guerra civile in Italia e il saggio dedicato alla poetessa Claudia Ruggeri scomparsa in giovane età.[7]

Va infine segnalata la sua attività di docente universitario all’Università degli Studi dell’Insubria e di studioso. Ha collaborato a opere collettive come il Grande Dizionario della lingua italiana, l’Enciclopedia del Cinema Treccani, il Dizionario Biografico degli Italiani. Intensa è inoltre la sua collaborazione nel tempo con riviste accademiche come «Paragone» e «Nuovi Argomenti», e quotidiani come «Il Riformista».

COMINCIO A CRESCERE…

Dite che dovrei essere nato nel 1798:
vi rispondo di sì, che lo so,
ma cosa cambia adesso?
ho la stessa pelle di allora,
Monaldo si chiama Walter,
Adelaide Giusy, e non muta
l’immutabile tangenza del destino,
caro Giordani, di un continuo ora
senza sangue blu ma col telefunken,
non si muore più di vaiolo o scrofolosi, lo sa?
sono cambiati i sensi di marcia
delle carrozze, molti più segnali per strada
e i cocchi vanno veloci che è una meraviglia…
Da piccolo avevo una corporeità raminga,
impugnavo la bicicletta a ventisette dita io!
Senza dimenticare i piedi acronimi,
io ci facevo le parole crociate. Giovinezza
lene con questi stupidi (o stupiti?) giochi;
la grande scoperta
e rivalutazione del sagnue
tra i due e i tre anni;
le spugnette nella bacinella
dei quattro coi fianchi tiepidi. Bambino con schiuma:
sì rido, potrebbe essere
il titolo di un quadro di… Poussin?
Ma io guardo di sbieco
e non ricordo nessun pittore, solo
quel tipino che mi fece il ritratto
sul molo di Porto Recanati, tenendomi vicino
al foglio, nero su bianco, Biagio
lui il suo nome, Blaise
se fossi andato in Francia,
che so a Parigi, o nel Perpignan,
per me lui contava più di un padre
– avuto e mai rinnegato. Del resto -.
Uno così la giovinezza
gli avanza, non sa mai che farne:
non tua moglie però, Questo
mi verrebbe da pensare
vedendomi adesso
se io fossi un altro.
Tra i Duran Duran e Aristotele
mi si sono allungate
le unghie, da bimbo a ragazzino facendomi.
Petulco ero, come
si dice in buon idioma carducciano
e come da foto risulterebbe.
Ma non è bello – lo giuro –
non ridere quando tutti i bambini dell’asilo
ridono; non sospirare
quando tutto lo fa.
L’unico modo che paga
la mia diversità è l’arroganza
della debolezza, spergiurare
di essere diverso perché migliore.
Migliore nel darsi da fare,
a leggere, a tradurre, a mentire.
Scuola: mia sacra e unica famiglia.
Professori o padri da rispettare,
madri da amare,
sorelle da desiderare,
fratelli da rimproverare;
tutto il nucleo stretto e diretto
dell’amor proprio.

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