5 aprile nasce Leonida Rèpaci

Leonida Rèpaci nacque a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, il 5 aprile del 1898 (sebbene sia stato dichiarato allo stato civile diciotto giorni dopo). Diciassette mesi dopo la sua nascita suo padre Antonio Rèpaci, mastro muratore e costruttore, morì, lasciando dieci figli e la moglie di 37 anni in condizioni economiche disastrose. Toccò a Mariano, il primo dei dieci orfani, prendere le redini della famiglia. Lo fece il giorno stesso dei funerali non consentendo la cerimonia religiosa al padre.

Dopo il terremoto del 1908, il fratello avvocato lo portò a Torino dove completò gli studi superiori. Si iscrisse in seguito alla facoltà di Giurisprudenza ma, a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, fu costretto suo malgrado ad interrompere gli studi. Venne arruolato e mandato al fronte dove ottenne, con una medaglia d’argento, anche il congedo illimitato dopo il ferimento a Malga Pez.

Tornato a Palmi scrisse il poemetto La Raffica (inizialmente il titolo era: “Il ribelle e l’Antigone”) ispirato alla morte di Anita, Nèoro e Mariano tre dei suoi nove fratelli, morti a causa dell’epidemia di spagnola. Nel 1919 ritornò a Torino e conseguì la laurea, l’anno seguente prese l’abilitazione all’avvocatura e incominciò a frequentare ambienti e personaggi politici di sinistra.

Durante l’occupazione delle fabbriche, Antonio Gramsci in persona, che aveva recensito un suo libro ne l’Avanti torinese, lo chiamerà a collaborare a L’Ordine Nuovo, rivista fondata dallo stesso Gramsci, da Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini con articoli molto critici verso i prodromi della nascente dittatura fascista, che vennero pubblicati accanto a quelli di Gobetti, Lenin, Trotsky, Thomas Mann e altri famosi letterati dell’epoca[3].

Rèpaci lasciò quindi Torino per Milano dopo la marcia su Roma, ma continuò a collaborare a L’Ordine nuovo, firmandosi con lo pseudonimo di Gamelin, il protagonista del romanzo Gli dei hanno sete di Anatole France.

La sua intransigenza ideologica supportata da un carattere ribelle e bellicoso lo porterà ad assumere la difesa degli imputati dell’attentato al teatro Diana, ponendosi in modo esplicito contro il regime e, tra il 1922 e il 1924 a misurarsi in duello addirittura contro Galeazzo Ciano e padrino nel duello contro Farinacci.

Nel 1923 pubblicò il primo lavoro letterario, “L’ultimo Cireneo”,che gli fece ottenere un grande successo, tanto da indurlo ad abbandonare la sua professione di avvocato e dedicarsi alla scrittura.

Nel 1924 il Partito Comunista d’Italia presentò la sua candidatura alle elezioni politiche insieme a quella di Francesco Buffoni[4]. Tuttavia i due non furono eletti poiché non ebbero la preferenza dell’Esecutivo che andò a Luigi Repossi e Bruno Fortichiari.

Nell’agosto 1925 Rèpaci venne arrestato a Palmi, insieme ad altri comunisti e socialisti, come presunto assassino di Rocco Gerocarni, gerarca fascista del luogo durante una festa religiosa; il processo servì al regime per scardinare la roccaforte rossa e abbattere uno degli scogli socialisti più forti in Calabria: inaspettatamente Rèpaci venne assolto ma l’accaduto avvelenerà per sempre di diffidenze e sospetti i rapporti con i suoi concittadini, essendo diffusa la voce riguardante influenze (mai provate) del partito fascista sulla sua assoluzione. I testimoni falsi di quel processo alla fine o confessarono o si suicidarono e Rèpaci venne assolto dopo sei mesi di carcere.

Si dimise dal PCd’I qualche settimana dopo la sua liberazione convinto che la lotta politica fosse ormai divenuta impossibile per coloro che restavano in patria, e che i risultati non fossero proporzionati ai sacrifici. Tuttavia continuò la sua battaglia politica scrivendo libri in difesa delle idee socialiste e comuniste.

Nel 1925 dopo aver portato in teatro il racconto La madre incatenata, che riflette molto da vicino la persecuzione politica di cui era stato oggetto assieme alla sua famiglia nell’estate del 1925.

Iniziò La storia dei Rupe, che nel 1933 gli farà vincere il Premio Bagutta e, tra varie versioni, lo accompagnerà fino agli anni settanta.

Dopo aver lavorato, fra il 1923 e il 1925, alla redazione de l’Unità, collaborò poi alla Gazzetta del Popolo e a La Stampa.

Nel 1929, da una sua idea, con il contributo di Salsa e Colantuoni, nasce a Milano il Premio Viareggio[5]. Nei giorni del premio Viareggio, immerso nel grande fervore organizzativo, conobbe e sposò Albertina Antonelli[6].

Il 9 settembre 1943, assieme a tre amici (Pacini, Tosi, e Bernini) portandosi dietro un folla di popolani, assaltò un deposito d’armi a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, episodio che diede il via alla Resistenza romana[7].

Più tardi fu messo in contatto con il movimento militare del Partito Socialista e successivamente entrò nel Comitato politico che riuniva allora l’ala intransigente del partito. Costituì il movimento delle bande partigiane, del cui comando fece parte assieme ai fratelli Andreoni, Alberto Vecchietti, Ezio Malatesta e Aladino Govoni.[8]

Finita la Seconda guerra mondiale, Repaci, spinto dal suo spiccato senso organizzativo, fondò con Renato Angiolillo il quotidiano indipendente Il Tempo rimanendone condirettore dal giugno al dicembre 1944. Nel febbraio 1945, rotto il sodalizio con Angiolillo, fondò un nuovo quotidiano, L’Epoca, che però visse soltanto 14 mesi. Successivamente accettò la direzione dell’Umanità, insieme a Giuseppe Faravelli e Virgilio Dagnino. Organizzò infine con Mario Socrate e Franco Antonicelli il memorabile convegno Cultura e Resistenza, a Venezia.

Il dopoguerra dopo il ripristino del Premio Viareggio per Rèpaci fu un susseguirsi frenetico di proposte e idee che lo fecero maturare positivamente sia intellettualmente sia a livello umano che sociale; fondò e presiedette il Premio Fila delle Tre Arti, e il Premio Sila (1948).
Nel 1948 dietro insistenza di alcuni amici decide di candidarsi, senza poi venire eletto, al collegio senatoriale di Palmi nella lista del Fronte Democratico Popolare. Nel 1950 divenne componente del Consiglio mondiale per pace insieme ad altri intellettuali comunisti come Pablo Picasso, Louis Aragon, Bertolt Brecht, Jorge Amado, György Lukács, Renato Guttuso e Jean-Paul Sartre e nel 1951 membro della Giuria Internazionale per i Premi della Pace. Collaborò in seguito anche a Milano Sera, a Vie nuove e a Paese Sera.

A metà degli anni ’50 venne chiamato da Orazio Barbieri, che in quel momento ricopriva la carica di Segretario Generale dell’Associazione dei rapporti culturali con l’Unione Sovietica “Italia-Urss” presieduta dal senatore Antonio Banfi, a dirigere il mensile “Realtà sovietica” organo ufficiale dell’Associazione[9].

Successivamente fondò il Premio Fila delle tre Arti e il premio Sila, e collaborò con “Milano sera” , “Vie Nuove” e con “Paese sera”.

Nel 1956 vinse il Premio Crotone con Un riccone torna alla terra e due anni dopo il Premio Villa San Giovanni con la Storia dei fratelli Rupe. A poco a poco si allontanò dall’attività giornalistica per dedicarsi alla stesura definitiva della trilogia Storia dei Rupe, e il secondo volume, Tra guerra e rivoluzione, vinse nel 1970 il Premio Sila. In quel periodo la sua naturale irrequietezza lo portò a darsi alla pittura, con discreto successo sia di critica sia di pubblico, allestendo personali a Milano e a Roma. La morte colse il “Leone mai domo” a Pietrasanta (Lucca) il 19 luglio 1985.

Morì il 19 Luglio 1985 a Marina di Pietrasanta; la sua villa “Villa Repaci” da poco ristrutturata è diventata un mausoleo dove vengono di tanto in tanto allestite delle mostre letterarie e di cultura.

Leonida Repaci – Wikiwand

Quando fu il giorno della Calabria

Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 km. quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi. Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina, a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India, a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia, a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone, Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone, Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio, Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico, Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza, il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo, Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova, Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion, ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna, a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone, a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta, a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale, a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca, pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale, a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense, a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello, a Reggio il Tempio di Artemide Facellide, a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro. Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l’inverno concesse il sole, per la primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole. A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta, ad aprile la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia, a luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India, a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia. Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose, i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati, i mendicanti protetti, gl’infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali, le bestie amate. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione. Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio. E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore. Quando, aperti gli occhi, potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta, Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo. Poi, lentamente rasserenandosi, disse: – Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto. Utta a fa juornu c’a notti è fatta -. Una notte che già contiene l’albore del giorno.

Ci saremo anche noi

Quando udiremo gemere
al soffio del maestrale
gli ulivi secolari
ci saremo in quel gemito.
Torneran le cicale
a frinire nel cielo
restituito al sereno,
e in quel cantare pieno
che celebra la vita
che celebra la morte
in uno stesso modo
ci saremo anche noi
ci saremo anche noi

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