Donne nella storia Elisabetta I

Elisabetta I salì al trono il 15 gennaio 1558 e quel giorno segnò l’inizio del Rinascimento inglese. Grazie a lei, l’Inghilterra divenne un centro di potere e cultura.

Elisabetta I salì sul trono inglese il 15 gennaio 1558, ma arrivarci non fu una passeggiata e, tra l’altro, dovette scalzare la sorellastra, Maria I Tudor. Aveva solo 25 anni ma si fece subito apprezzare per il carattere forte, il brillante intelletto e la vasta cultura (parlava francese, italiano, spagnolo, greco e latino). Rossa di capelli ed elegantissima, trattò senza timore con uomini di ogni risma e ne sedusse molti, pur non volendosi mai sposare. Il suo unico scopo, sosteneva, era quello di dedicarsi al proprio amato Paese.

LA CHIESA, INNANZITUTTO. Per prima cosa Elisabetta si occupò di affari religiosi, emanando nel 1559 un Atto di uniformità che affermava la superiorità della Chiesa anglicana pur garantendo la tolleranza degli altri credo. In tempi di guerre di religione non era poco. Fu inoltre introdotto il Book of common prayer (libro delle preghiere comuni: un misto di cattolicesimo e protestantesimo che irritò i protestanti, i cosiddetti puritani).

«Nello stesso anno fu reintrodotto l’Atto di supremazia – già voluto da Enrico VIII nel 1534 – che sanciva il primato della regina sulla Chiesa e la non ingerenza papale. Elisabetta fu poi abile a cercare un giusto equilibrio tra l’anima anglicana e quella puritana del Paese», dice Giorgio Caravale, docente di Storia dell’Europa moderna all’Università di Roma Tre. Non per questo mancarono i grattacapi, a iniziare dai contrasti con la cugina-rivale Maria Stuart, sovrana di Scozia.

LA RIVALE SUL PATIBOLO. Maria non riconosceva Elisabetta quale legittima erede al trono in quanto, prima dell’unione tra Enrico VIII e Anna Bolena, non vi era stato l’annullamento papale delle precedenti nozze regali. Sulla base di ciò, nel 1559 la Stuart si autoproclamò a sua volta sovrana d’Inghilterra. Poi, alle prese con una serie di rivolte capeggiate dal teologo protestante John Knox, fuggì dalla Scozia cercando riparo proprio presso Elisabetta, che in tutta risposta la mise sotto chiave nella Torre di Londra. Infine, allorché saltò fuori che – in combutta con Filippo II – era invischiata in cospirazioni contro la stessa Elisabetta, nel 1587 la scomoda Stuart finì sul patibolo.

Quanto alla corona di Scozia, nel 1603 (lo stesso anno della scomparsa di Elisabetta) venne fusa con quella inglese dando vita a un’unione formalizzata poi nel 1707 (e che oggi i separatisti scozzesi contestano). «I rapporti con la Spagna di Filippo II, padrona dei mari e intenta ad arricchirsi con i tesori dell’America, risentirono invece della condanna della cattolica Stuart: da allora la rottura tra l’Asburgo ed Elisabetta, “colpevole” peraltro di aver rifiutato una sua proposta nuziale, divenne di fatto insanabile», spiega l’esperto.

PIÙ LAVORO PER TUTTI. Intanto Elisabetta si concentrò sul suo Paese, rilanciandone l’economia: favorì sia lo sviluppo agricolo (ma il crescente fenomeno delle enclosures – “recinzioni” di terreni prima comuni da parte di grandi proprietari – penalizzò i contadini più poveri), sia le attività artigianali e manifatturiere. In poco tempo, grazie anche al supporto di rifugiati religiosi stranieri, sorsero imprese per la lavorazione del vetro, della ceramica e, in particolare, dei tessuti. La regina mostrò inoltre interesse per i problemi sociali favorendo un certo miglioramento delle condizioni di lavoro.

«Si registrò quindi un progressivo espansionismo marittimo, che ebbe quale immediata conseguenza un rapido sviluppo della cartografica», riprende Caravale. «Le nuove rotte oceaniche contribuirono poi a migliorare l’attività commerciale e mercantile (inclusa la tratta degli schiavi), anche perché l’espansionismo riguardò sia l’America sia l’Oriente, tanto che nel 1600 nacque la la Compagnia britannica delle Indie Orientali, società con monopolio mercantile nell’area indiana». Erano i primi passi del futuro grande Impero britannico. Primi passi assistiti, soprattutto nel Nuovo Mondo, dai corsari. Chi erano? Capitani di vascello ai quali la regina aveva concesso “patenti di corsa”, lettere che li autorizzavano ad attaccare le navi straniere.

I SUOI CORSARI. «Il corsaro più celebre fu Francis Drake, insignito addirittura del titolo di cavaliere», dice Caravale. «All’inizio il suo compito era quello di riempire le casse del regno con incursioni nelle colonie spagnole e assalti ai galeoni di ritorno in Europa, ma lui e gli altri corsari tornarono presto utili per ostacolare l’Invencible armada spagnola, grazie all’utilizzo di barche più piccole e veloci e alla maggior conoscenza dei venti e delle correnti della Manica». Tra fine luglio e inizio agosto 1588 l’Invencible si riversò nella Manica, ma già dal giorno 8 il destinò favorì la flotta inglese, che riuscì a ostacolare la manovra nemica con l’aiuto fortuito di una serie di tempeste, che costrinsero gli spagnoli a disperdersi nel Mare del Nord e lungo le coste irlandesi, dove molte navi naufragarono. Ottenuto il dominio dei mari, l’interesse della regina volse alla Francia, dove sostenne l’ascesa al trono del sovrano protestante Enrico IV di Borbone (che però poi si convertirà al cattolicesimo). In parallelo, aiutò i ribelli olandesi, senza smettere di sventare congiure di corte.

Verso la fine della sua tumultuosa vita, Elisabetta fu colpita da una grave depressione. La malinconia l’accompagnò fino al 24 marzo 1603, quando chiuse gli occhi sussurrando: “Chiamatemi un prete: ho intenzione di morire…”. Ironia della Storia, lo scettro passò a Giacomo I, figlio della decapitata Maria di Scozia. Fu dunque uno Stuart a porre il sigillo sull’epoca dei Tudor. ereditandone i fasti artistici.

Elisabetta I, una vita per l’Inghilterra – Focus.it

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