31 marzo nasce Octavio Paz

Octavio Paz nasce a Città del Messico il giorno 31 marzo 1914.

Considerato il poeta di lingua ispanica più importante della seconda metà del Novecento, sia come poeta che come saggista, nell’arco dell’intero secolo la sua fama letteraria è seconda solo a quella di Juan Ramón Jiménez, Vicente Huidobro, César Vallejo e Pablo Neruda.

Comincia molto presto a scrivere e nel 1937 partecipa al II Congresso internazionale degli scrittori antifascisti di Valencia (Spagna). Trascorre gran parte della sua esistenza tra Spagna e Francia: in Spagna sostiene la lotta dei repubblicani durante la Guerra civile spagnola – anche se va ricordato che in seguito prenderà le distanze dal comunismo.

Rientrato in Messico, nel 1938 fonda e dirige “Taller”, una rivista che segnala la comparsa di una nuova generazione di scrittori messicani. Nel 1943 si trasferisce negli Stati Uniti e si immerge nella poesia modernista anglo-americana.

Nel 1945 Paz entra nel servizio diplomatico messicano: in questi anni scrive “Il labirinto della solitudine”, un saggio sull’identità messicana.

Sposa poi Elena Garro, dalla quale ha una figlia.

Viene inviato dal governo messicano in Francia, dove ha modo di avvicinarsi al surrealismo. Durante la sua permanenza in Francia Octavio Paz lavora inoltre a fianco di André Breton e Benjamin Peret.

Ottiene il posto di ambasciatore in Messico e in India nel 1962: lascia l’incarico nel 1968, dopo il Massacro di Tlatelolco (2 ottobre 1968), proprio per protestare contro la sanguinosa repressione avvenuta ai danni degli studenti manifestanti.

n seguito fonda due importanti riviste di cultura e politica: “Plural” (1971-1976) e “Vuelta” (dal 1976).

Tra i riconoscimenti letterari più importanti ricevuti da Octavio Paz ci sono il Premio Cervantes, conferitogli nel 1981 e il Premio Nobel per la Letteratura nel 1990.

Octavio Paz muore a Città del Messico il giorno 19 aprile 1998.

Biografia di Octavio Paz (biografieonline.it)

Prima del Principio

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giono,
è una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
in un pianoro vuoto.
Già le ore affilano rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
solo il calore della tua pelle è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell’essere,
la sillaba scordata del Pricipio.

Due corpi

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

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